Osservatorio Mobiliare – N° 115

Il mese borsistico di ottobre ha tenuto fede alla poco lusinghiera tradizione che lo vede caratterizzato dall’offerta, facendo registrare il peggior andamento mensile dell’indice USA S&P 500 dal 2011 e dal 2012 per quanto riguarda l’indice MSCI World. Quando si tratta di giustificare una fase di realizzi, soprattutto all’indomani di un nuovo massimo storico dell’indice, gli investitori trovano sempre argomenti validi che nello specifico spaziano dall’ennesimo rialzo del tasso guida statunitense, alla disputa con la Cina in merito ai dazi doganali ed al forte aumento previsto per il disavanzo statale USA nei prossimi anni. L’argomento principale risulta comunque la politica monetaria della FED, in quanto tra gli addetti ai lavori si è fatta strada l’ipotesi che la Banca Centrale si sia portata troppo avanti nel processo di irrigidimento del credito. La stessa amministrazione di Washington ha stigmatizzato l’azione della Banca Centrale, anche se il risultato delle elezioni di metà mandato, ha rispettato le previsioni senza apparentemente risentire dell’ultimo aumento del costo del denaro.

Comunque il nervosismo delle piazze borsistiche in relazione al generalizzato processo di normalizzazione della politica monetaria, ha continuato ad influenzare la dinamica degli indici durante le scorse ottave, caratterizzata da un iniziale recupero per correggere l’ipervenduto, seguito dal recente appesantimento che ha riproposto i minimi di ottobre. Si tratta di un quadro tecnico caratterizzato da un doppio minimo che potrebbe preludere ad un rimbalzo delle quotazioni borsistiche durante l’ultimo scorcio dell’anno. Per quantificare l’indice USA S&P 500 trova nella fascia 2600/2660 punti la zona di supporto che proietta un obiettivo a 2820 punti mentre l’indice Eurostoxx 50, dovrebbe utilizzare l’area compresa tra i 3100 ed i 3150 punti per recuperare fino a quota 3280 punti. Settorialmente sono da preferirsi i comparti difensivi mentre risultano sfavoriti la tecnologia ed i petroliferi. Questa ipotesi trova alimento da due considerazioni, che gli utili societari, soprattutto negli USA ma anche in Europa, siano più che soddisfacenti, non risultando compatibili con un prosieguo del ribasso e che le ultime indicazioni provenienti dalle principali banche centrali mondiali, segnalano un generalizzato stallo nell’irrigidimento creditizio, indotto verosimilmente dal timore delle reazioni dei mercati mobiliari. In questo complesso quadro, l’elemento da seguire con attenzione rimane il dollaro statunitense, la cui parità si è stabilizzata sui recenti massimi rispetto all’Euro, anche se il consenso degli addetti ai lavori indicherebbe che una pausa nella fase di rialzi del costo del denaro perseguita dalla FED, potrebbe spingerlo verso il supporto tecnico collocato ad 1,17 verso l’Euro.

Questa ipotesi di lavoro, non sembra però tenere sufficientemente conto dell’incertezza che caratterizzerà il Vecchio Continente, e quindi la sua moneta, fino alla scadenza elettorale del voto europeo del maggio 2019, permettendo quindi al biglietto verde di fare ancora qualche progresso nel breve termine. Di conseguenza se il dollaro rimarrà in buona salute, difficilmente i listini dei paesi emergenti ed il settore della materie prime in generale, potranno aspirare a qualcosa di più di un consolidamento in prossimità dei recenti minimi, mentre le loro prospettive potrebbero migliorare con l’avvio del nuovo anno. In Asia l’economia cinese stenta a recuperare nonostante l’impegno della banca centrale e del governo, condizionando in modo negativo anche le prospettive di breve della borsa giapponese, orfana della dinamica cedente dello yen da quando la Bank of Japan ha deciso di stabilizzare il cambio yen/dollaro invece di fissare a zero il rendimento dei titoli di stato decennali.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg