Osservatorio Mobiliare – N° 96

La fatidica data elettorale dell’8 novembre negli USA ha fatto registrare un risultato che ha ribaltato tutti i pronostici, sulla falsariga di quando già successo con il voto britannico sulla Brexit. A caldo i mercati mobiliari internazionali hanno evidenziato un totale disorientamento aprendo la prima seduta dell’era Trump all’insegna di un marcato al ribasso, sia borsistico sia valutario, rientrato però già a fine giornata. Inversioni di tendenza del valore degli indici nell’ordine del 5 % durante una seduta, sono espressione della forte incertezza che domina i mercati. In effetti la partita prospettica che si gioca sul fronte economico appare epocale, nel senso che si tratta di valutare se il nuovo, inatteso, corso che prenderà la politica economica statunitense sia o meno in grado di avviare una reflazione USA di entità tale da interrompere la fase deflattiva che caratterizza la maggioranza delle altre economie sviluppate. Già negli scorsi mesi si è fatta strada tra gli addetti ai lavori la convinzione che si sia avviato un processo di recrudescenza inflattiva, favorito dalla rinnovata crescita dell’economia cinese e dal recupero del prezzo di numerose materie prime. La più evidente conseguenza del diffondersi di questa tesi è stato il rialzo dei rendimenti obbligazionari a lungo termine, particolarmente marcato per i titoli governativi statunitensi e più modesto per quelli europei. Ma per realizzarsi la tesi reflattiva ha bisogno di un presupposto che risulta di difficile attuazione, vale a dire un processo di riduzione del montante di debito globale, di cui al momento non si vede alcuna indicazione. Anzi se la nuova amministrazione USA dovesse tenere fede al proprio programma elettorale, si dovrebbe assistere ad un significativo aumento del disavanzo statale per finanziare la spesa pubblica in infrastrutture ed equipaggiamenti militari e per ridurre il carico fiscale sulle imprese. Proprio la futura politica fiscale rappresenta la discriminante che ha indotto gli investitori internazionali a ribaltare le proprie convinzioni sul dollaro, tornato in poche sedute a rivedere il massimo di periodo a quota 1.05 verso l’Euro, già visto in un paio di occasioni negli scorsi 12 mesi. Infatti ambedue i candidati alla presidenza avevano in agenda un aumento della spesa pubblica per sostenere la congiuntura, ma solo Trump aveva enfatizzato la leva fiscale. La marcata reazione della parità di cambio e dei titoli obbligazionari a lungo termine, potrebbe però risultare prematura, soprattutto perché la nuova Amministrazione se la dovrà vedere con il Congresso. Lo stesso é a maggioranza repubblicana ma i deputati ed i senatori verranno in parte rieletti fra un biennio e quindi saranno poco disponibili a sostenere misure fiscali che possano deteriorare in modo significativo il bilancio statale.
Quindi le scorse due ottave potrebbero aver coinciso con una sorta di “ falsa partenza” in termini di attese reflattive, nel senso che le motivazioni fondamentali della stessa risultano valide, ma la realizzazione del processo avrà tempi decisamente più lunghi di quanto la reazione a caldo indichi. Ne consegue che nel breve termine l’indice di borsa statunitense S&P 500 potrebbe consolidare verso quota 2000 punti, il rendimento del titolo di stato decennale potrebbe tornare a ridosso del 2%, ed anche il biglietto verde potrebbe ritracciare parte del recente apprezzamento tornando sui supporti tecnici nell’area 1.08 rispetto all’Euro. Il rialzo del costo del denaro a dicembre da parte della FED appare totalmente scontato anche perché si ripropone lo stesso problema di credibilità dell’istituzione che portò all’aumento di fine 2015. Mentre il prevedibile raffreddamento congiunturale nel primo semestre del prossimo anno, mette in dubbio altri rialzi prima dell’estate. Questa possibile dinamica dei differenti attivi finanziari, si presterebbe per nuovi impieghi da attuare su ribassi, in quanto in ogni caso, il cambio di vertice alla Casa Bianca avrà effetti postivi sulla congiuntura a partire dalla fine del 2017. Invece l’eredità della precedente amministrazione e la naturale tendenza a far emergere i problemi sul tappeto all’inizio di un nuovo mandato, potrebbero comportare sorprese negative in ordine alla crescita USA nel primo semestre dello stesso. Impieghi che si potrebbero già considerare alle attuali quotazioni sono rappresentati dall’oro e dai titoli auriferi, in quanto lo scenario reflattivo risulta favorevole al metallo giallo in prospettiva e dai mercati mobiliari asiatici, con particolare enfasi sulla Cina, che quest’anno ha ripreso con convinzione il ruolo di locomotiva dell’area, grazie al successo della politica monetaria espansiva seguita dalla PBOC a partire da fine 2015.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg