Osservatorio Mobiliare – N° 93

Sono trascorse poco più di due ottave dalla decisone Britannica di lasciare l’Unione Europea, ma la distanza tra la percezione dell’evento da parte della politica rispetto a quella dei mercati finanziari rimane, a dir poco, preoccupante. Chi si attendeva delle risposte tempestive da parte delle autorità europee è rimasto deluso, anche se i tempi della politica, è risaputo siano molto più lunghi di quelli con cui si muovono i mercati finanziari. Quindi condizionati dalle scadenze elettorali del 2017, il governo tedesco e quello francese tentano ancora la strategia del “pesce in barile” consci che qualsivoglia concessione sul tema della flessibilità verso i paesi più deboli equivarrebbe all’ammissione del fallimento delle politiche di austerità portate avanti pervicacemente dal 2009, con i risultati sotto gli occhi di tutti. Ma se le banche centrali possono concertare interventi per calmierare la volatilità sul mercato dei cambi e su quello dei titoli di stato, le borse azionarie sono molto più autonome nelle proprie scelte e possono, tramite la propria dinamica, forzare la mano ai governi, così restii a prendere decisioni. Infatti bisogna ricordare che i crolli di borsa comportano inevitabilmente l’avvio di fasi congiunturali recessive, rischio che i governi sotto scadenza elettorale non si possono concedere. Il chiaro segnale lanciato dai listini, non solo europei, all’indomani del voto britannico, lascia poco spazio a dubbi sulla dinamica di breve termine degli stessi, se non verrà sgomberato il campo dall’incertezza almeno per quanto riguarda il settore che da mesi trascina al ribasso le borse, quello bancario. Prendendo ad esempio la borsa italiana, quella rappresentativa del comparto bancario in assoluto più debole in Europa, sia a causa dell’enorme portafoglio di titoli di stato domestici da esso detenuto sia perché la percentuale di NPL sul valore dei bilanci risulta quasi quadrupla rispetto alla media europea, la sua attuale capitalizzazione potrebbe già scontare alte probabilità di distacco dall’Unione Europea, o in alternativa, dalla Moneta Unica.

Gli avvenimenti dell’autunno 2011 hanno già dimostrato quanto questi scenari siano remoti, ma ora la BCE ha sostanzialmente esaurito le munizioni e la stabilizzazione dei valori bancari in borsa passa forzatamente dai palazzi della politica europea, i cui responsabili se non sono, per ora, intenzionati a concedere flessibilità ai paesi membri in termini di parametri di Mastricht, dovranno almeno concederla tramite l’interpretazione accomodante dei termini che regolano l’applicazione del Bail-in bancario di recente approvazione. Se ciò non fosse il caso, la seconda parte di luglio vedrebbe l’abbandono del prolungato movimento laterale degli indici in essere dal 2015 e l’avvio di una nuova fase ribassista in Europa che avrebbe facilmente ragione dell’importante supporto tecnico collocato a quota 2670 punti dell’indice Eurostoxx50, violato il quale diventerebbe molto difficile ipotizzare che quota 2450 sia in grado di arginare la pressione dell’offerta. In pratica se la classe politica al potere continuerà a restare sorda alle improrogabili richieste dell’economia, saranno le borse ad aggiustare le quotazioni per tenere conto di uno scenario congiunturale prospettico di rinnovata recessione nel Vecchio Continente. Intanto Wall Street continua a consolidare a ridosso del massimo storico dell’indice S&P 500, rappresentando anche un supporto di breve per gli indici europei alle prese con il pericolo dall’acuirsi della crisi economica, ma a dispetto dei recenti dati positivi sull’occupazione, i recenti tentennamenti della FED in ordine alla politica monetaria, potrebbero aver già iniziato a penalizzare la congiuntura. L’analisi dei dati sulla liquidità privata, principalmente aziendale, relativi al mese di giugno, rivelano una forte ed inattesa contrazione, che potrebbe anche aiutare a spiegare la modesta reazione rialzista del dollaro all’indomani dell’annuncio di Brexit. Quindi il fatto che il biglietto verde abbia fatto poca strada dopo l’epocale decisione britannica, potrebbe dipendere dalla contrazione della liquidità aziendale, foriera di un eventuale raffreddamento congiunturale. Tale ipotesi risulta confermata dalla tendenza positiva dell’oro, che dopo aver superato agevolmente la resistenza a quota 1300 dollari l’oncia si avvia a testare quota 1380. Infatti il metallo giallo viene percepito come un’alternativa reale alle monete cartacee, quindi in una fase di svalutazioni competitive, ultima quella della sterlina, e sussistendo un rapporto inverso con la tendenza del dollaro statunitense, l’obiettivo di 1500 $ all’oncia entro fine anno, appare raggiungibile. Inoltre la stabilizzazione al ribasso della parità del dollaro continuerebbe a favorire le economie emergenti, in particolare quelle produttrici di materie prime, con positive ricadute sul quadro economico globale.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg