Osservatorio Mobiliare N° 116

La dinamica delle principali borse mondiali all’indomani della riunione del G20 svoltasi a Buenos Aires ad inizio dicembre, solleva importanti interrogativi sulla tendenza di fondo a medio termine dei mercati mobiliari. Infatti nonostante gli accordi internazionali sostanzialmente positivi conclusi in tale occasione, dopo un effimero rialzo i listini durante le scorse due ottave hanno fatto registrare un marcato ribasso, quantificabile in diversi punti percentuali. Anche le ipotesi di lavoro di natura tecnica relative ai livelli di tenuta delle quotazioni degli indici, sono risultate fallaci, se si eccettua per il Dow Jones e lo S&P 500 statunitensi, i cui prossimi livelli di supporto non sono stati violati. In effetti gli altri principali indici internazionali sono in fase ribassista da inizio febbraio, mentre quelli USA hanno iniziato ad appesantirsi solo ai primi di ottobre, ma l’accelerazione del movimento richiede un’approfondimento. I problemi con i quali si devono confrontare le borse a partire da inizio anno vanno dal generalizzato rallentamento delle congiunture, fatti salvi gli Stati Uniti, alla diminuita propensione al rischio degli investitori, all’appiattimento della curva dei rendimenti indotta dalla domanda per impieghi sicuri, ma soprattutto alla normalizzazione della politica monetaria attuata da tutte le principali banche centrali mondiali.

Quest’ultimo fattore rappresenta probabilmente l’elemento catalizzante della fase ribassista in corso, che non si può più considerare una correzione quanto piuttosto un cambio di tendenza di segno negativo destinato a durare almeno fino a metà 2019. L’esperienza degli ultimi decenni ha insegnato che per i governi e per le banche centrali risulta quasi impossibile intervenire in modo ottimale per indirizzare i cicli economici, si pensi ai tanti tentativi falliti di atterraggio morbido delle congiunture susseguitisi negli scorsi lustri. Quindi non sorprende che ora la stretta creditizia attuata per normalizzare la politica monetaria dopo quasi dieci anni di Q.E., si stai rivelando troppo accentuata e mal coordinata a livello internazionale. Infatti da inizio anno tutte le principali banche centrali mondiali stanno drenando liquidità dai propri sistemi finanziari incuranti del fatto che i cicli congiunturali risultino asincroni, nel senso che l’Asia guida il rallentamento a causa della situazione cinese che riverbera su tutta l’area, Giappone compreso, mentre L’Europa registra un modesto raffreddamento congiunturale e gli Stati Uniti mantengono una crescita del PIL reale compresa tra il 2,5% ed il 3%. I governanti sembrano essersi accorti solo ora che la strategia del costo del denaro azzerato impedisce qualsivoglia intervento di stimolo se la congiuntura cedesse, attuando un repentino cambio di politica che non farà altro che peggiorare la situazione. Le borse mondiali non possono che trarne una logica conclusione, ritenendo la minor liquidità disponibile per impieghi e le modeste previsioni congiunturali, motivi più che sufficienti per correggere al ribasso le valutazioni azionarie. Non è un caso se l’ultima piazza ad avviare la correzione sia stata quella USA ai primi di ottobre, proprio a causa della FED che ha attuato l’ennesimo rialzo del tasso guida, mentre il mercato lo riteneva inopportuno.

Il Governatore Powell ha recentemente fatto ammenda di tale decisione, ma durante la riunione del 19 dicembre forse è meglio che proceda all’atteso rialzo di un quarto di punto, per non dare al mercato la conferma che la situazione non sia più sotto controllo, tanto potrà sempre ridurre gli interventi nel 2019. Sotto il profilo tecnico i principali indici presentano un quadro molto deteriorato, in quanto presentano tutti una sequenza di costanti cedimenti dei livelli di supporto, avviatasi a febbraio. Da allora diversi indici hanno sacrificato più del 15 % rispetto al proprio massimo di periodo, rientrando quindi di diritto nella definizione di “ mercato orso “ che di solito dura almeno 18 mesi. Per affrontare questo scenario negativo, conviene vendere i rimbalzi tecnici di breve termine, attendendo che gli indici statunitensi ed europei cedano un ulteriore 5 – 7% rispettivamente, prima di effettuare nuovi impieghi a medio termine. Per quantificare il cedimento dell’area 2600/2580 dello S&P 500 proietta un obiettivo a 2450 punti, mentre il cedimento del supporto al livello di 3000 punti dell’Euro stoxx 50, aprirebbe la strada verso l’area 2850/2750 punti.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg