Osservatorio Mobiliare – N° 114

La decisione presa a fine settembre dalla Federal Reserve statunitense di alzare di un ulteriore quarto di punto il tasso guida, pur essendo ampiamente attesa dagli operatori, ha però sgomberato il campo dai dubbi sulla tenuta prospettica della congiuntura USA, che durante l’anno avevano portato ad un appiattimento della curva dei rendimenti offerti dal dollaro. Infatti mentre i tassi a lungo termine si erano mantenuti sostanzialmente stabili, il graduale aumento del costo del denaro aveva quasi annullato lo scarto tra i rendimenti a due anni e quelli decennali, rendendo la curva dei rendimenti compatibile con un prossimo raffreddamento congiunturale. Ma la decisione della FED, presa tra l’altro a poche settimane dalle elezioni di medio termine per il parziale rinnovo del Congresso, fatto anomalo in quanto di solito l’autorità monetaria evita di agire a ridosso di importanti scadenze elettorali, pone la questione economica sotto tutt’altra luce. Si tratta di una conferma che la congiuntura USA risulta in ottima salute, come peraltro segnalato da tutti i principali indicatori, a cominciare dalla fiducia dei consumatori che a settembre ha fatto registrare il livello più alto da 18 anni a questa parte, ma soprattutto che non sono previste flessioni nel breve termine, altrimenti la FED non si sarebbe spinta così avanti. L’immediata reazione a questa differente lettura congiunturale è rappresentata dal rapido rialzo dei tassi a lungo termine, passati dal 2,8% al 3,2 %, con una conseguente maggiore inclinazione positiva della curva dei rendimenti. Questo repentino rialzo dei tassi consolidati, ha compromesso la situazione di delicato equilibrio che caratterizzava la dinamica borsistica USA a partire dalla elezione di Trump alla presidenza due anni fa. In pratica gli indici USA hanno continuato a progredire in modo marcato, facendo registrare nuovi massimi storici non più tardi del mese scorso, pur in presenza di una politica monetaria gradualmente restrittiva, quantificabile in un rialzo di 200 punti base del tasso guida in poco più di un biennio, perché le politiche fiscali e di spesa dell’Amministrazione apparivano in grado di compensare ampiamente le conseguenze della stretta creditizia.

Ma con l’ampio superamento di quota 3% nel rendimento decennale, la borsa ha iniziato a ritenere che vi saranno delle negative conseguenze prospettiche sulla congiuntura e quindi sulle dinamica degli utili societari. In effetti non era dato di sapere in anticipo quando il giocattolo si sarebbe rotto, ma resta il fatto che questa, per ora modesta correzione, potrebbe non essere l’ennesimo “flash crash“ da utilizzare per acquisti, ma piuttosto l’avvio di una prolungata fase laterale di distribuzione che preluderebbe ad una correzione borsistica ad un certo punto del 2019. Infatti la FED intende aumentare ancora tre/ quattro volte di un quarto di punto il tasso della Riserva Federale entro il 2019, se il contesto economico lo consentirà, rendendo comunque arduo il cammino della borsa. Al momento il canale tecnico nel quale si muove l’indice S&P 500, appare delimitato ai due estremi dalle quote 2830 e 2710 punti, e potrebbe reggere fino alle elezioni di medio termine il cui esito rischia comunque di accentuare la volatilità dell’indice, con la violazione di questi estremi a determinare la tendenza di breve. Gli effetti di questo stato di cose al di là dell’Atlantico non hanno mancato di riflettersi in modo marcato sulla dinamica delle piazze europee, già appesantite da fattori endogeni a cominciare dalla crisi UE-Italia, per passare ai segnali di raffreddamento congiunturale ed alla Spada di Damocle delle elezioni europee nel maggio 2019, che costringono tutti gli interessati ad agire in una logica di campagna elettorale piuttosto che nell’interesse delle istituzioni che rappresentano. L’indice Eurostoxx 50, ha violato al ribasso l’importante supporto a quota 3280 punti, proiettando un prosieguo del ribasso verso le quote 3180 e 3100, anche perché l’unico fattore esterno che finora aveva mitigato il consolidamento in corso da febbraio, era la positiva tendenza della borsa USA. Anche il fatto che durante il fine settimana le autorità monetarie cinesi ed il governo, siano intervenute per sostenere il mercato azionario che registra una perdita del 25 % da inizio anno, non depone a favore di un rapido rientro dei motivi di tensione sulle borse internazionali. Il principale beneficiario di questa complessa situazione, risulta essere il dollaro statunitense che beneficia di rendimenti particolarmente appetibili già su scadenze corte del reddito fisso, favorendo un costante afflusso di capitali internazionali soprattutto dall’Europa e dalla Cina.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg