Osservatorio Mobiliare – N° 120

IL primo trimestre si è chiuso con un risultato oltremodo positivo per le borse mondiali, in netto contrasto con quanto accaduto durante il trimestre che lo ha preceduto, passato agli annali come quello peggiore dai tempi della grande depressione.

Per valutare la dinamica dei listini nei mesi a venire, risulta imperativo trovare una spiegazione per questo repentino cambio di fronte degli investitori azionari. La generalizzata fase ribassista avviatasi lo scorso ottobre ed accentuatasi durante le ultime ottave dell’anno scorso, è riconducibile agli ultimi aumenti del costo del denaro da parte della FED USA ritenuti inopportuni dai mercati, in relazione al generalizzato raffreddamento congiunturale iniziato la scorsa primavera.

A giudicare dall’insolitamente pronta reazione della Banca Centrale statunitense che ad inizio gennaio si è affrettata a congelare ulteriori rialzi correlando la futura politica monetaria ai dati macroeconomici, tale preoccupazione appare fondata. La rapidità e l’entità dell’intervento dell’autorità monetaria ricordano quanto accadde a fine 1987, dopo il lunedì nero di Wall Street, quando l’allora governatore Greenspan, esercitò una sorta di opzione put, abbassando il costo del denaro a rendimenti reali negativi. Quindi, visto che la borsa funziona come un meccanismo di sconto della futura dinamica congiunturale, il repentino cambio di rotta della FED ha convinto i mercati che le probabilità di un’imminente recessione anche negli USA siano state momentaneamente scongiurate e che quindi gli utili societari, già previsti in flessione quest’anno, verranno rispettati, giustificando il recupero delle quotazioni azionarie verso il livelli dello scorso ottobre. In questi giorni le società USA hanno iniziato a pubblicare i risultati trimestrali che rappresenteranno un primo banco di prova di questa tesi positiva che deve confrontarsi anche un’altra importante anomalia, costituita dall’inclinazione parzialmente negativa della curva dei rendimenti obbligazionari relativi al dollaro.

Tale conformazione della curva, secondo le tradizionali teorie economiche, anticiperebbe sempre una recessione nei mesi a seguire. Ma la “Greenspan put” utilizzata dal suo successore Powell, potrebbe preludere ad una nuova misura di QE, quindi di immissione di liquidità surrettizia nel sistema finanziario, che comporterebbe una parziale riduzione del costo del denaro, al di sotto del 2% a medio termine, che porterebbe la curva dei rendimenti di nuovo in territorio positivo, visto che il ritorno dei titoli decennali del tesoro si colloca attualmente sul 2,5%.

Quindi le teorie tradizionali verrebbero sovvertite, sostituite dalla “Modern Monetary Theory” che considera un normale strumento di politica monetaria il costo del denaro negativo, finora ritenuto uno strumento straordinario. In questo modo si spiegherebbe l’ottimismo degli investitori, che ha permesso a quasi tutti i listini internazionali, di riassorbire il danno tecnico subito dagli indici lo scorso dicembre. Rimane un fatto incontrovertibile, vale a dire che tutto il rialzo di quest’anno si basa su di un unico assunto, tutt’altro che assiomatico, costituito dall’ipotesi che le banche centrali siano disposte ad intervenire senza soluzione di continuità al minimo cedimento degli indici borsistici. Comunque l’apparente ritorno alla normalità del quadro tecnico conferma una situazione di ipercomperato di breve termine, che implica la seria possibilità di una correzione degli indici quantificabile tra il 5 ed il 7%, favorita eventualmente da qualche sorpresa negativa in tema di utili aziendali. Per quantificare, l’indice S&P 500 statunitense potrebbe muoversi all’interno di un’ampia fascia delimitata dal supporto a quota 2620 punti e dalle resistenze collocate alle quote 2900 e 2950, mentre per l’indice Eurostoxx 50 i riferimenti tecnici sono le quote 3125 e 3460.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”