Osservatorio Mobiliare – N° 121

Il mese borsistico di maggio ha tenuto fede alla tradizione che lo vede come un periodo negativo per i listini azionari internazionali, avendo fatto registrare la prima, ancorché modesta, correzione degli indici da inizio anno.

Apparentemente l’appesantimento dei corsi non è dipeso da elementi fondamentali visto che i dati preliminari sulla dinamica trimestrale dei rispettivi PIL nazionali e l’andamento degli utili annunciati ad aprile dalle società USA, non hanno comportato sorprese, mentre la fase cedente è stata imputata alla brusca interruzione delle trattative sui dazi tra USA e Cina.

Bisogna però considerare che gli investitori trovano sempre con facilità una scusa per realizzare gli utili ottenuti sulla carta, soprattutto quando gli stessi sono stati sorprendentemente maturati in un breve lasso di tempo, come accaduto da inizio anno. Infatti la questione dei rapporti commerciali tra i due leader economici mondiali, trascende la mera competitività del prezzo delle rispettive merci, trattandosi in realtà di una fondamentale questione politica, che vede gli Stati Uniti impegnati nel rallentare quanto più possibile, l’inesorabile progresso economico del gigante asiatico, destinato a prevalere nel lungo termine. Quindi bisogna ricondurre le vere motivazioni della correzione avviatasi ad inizio maggio, ad origini fondamentali, che si collegano alla forte reazione negativa registrata dagli indici internazionali a fine 2018. Allora i timori dei mercati erano motivati dai segnali di raffreddamento congiunturale globale e dalla convinzione che le banche centrali avessero ecceduto nella politica monetaria restrittiva. L’apparente cambio di fronte della FED ed i modesti progressi nel PIL trimestrale delle principali economie, hanno momentaneamente fatto accantonare tali timori, che però ora si stanno ripresentando. Negli USA il dato previsionale di crescita del PIL, 3,2 %, se analizzato, si compone di un 2,7% di incremento della spesa pubblica ed di un saldo costituito in prevalenza da ricostituzione di scorte. In pratica il Governo era preoccupato per la reale salute dell’economia mentre le aziende sono state prese in contropiede dal cambio di rotta della FED.

Però a giudicare dalla dinamica recente di uno dei più importanti indicatori congiunturali disponibili, il PMI relativo agli ordinativi di acquisto delle società, scesi ad aprile al 52,8%, con un regresso di 2,5 punti percentuali, ed al coincidente costante aumento dello spread dei crediti ad alto rendimento, la congiuntura si starebbe effettivamente raffreddando. I contenuti della prossima riunione del direttorio della FED, in calendario il 19 di giugno, potranno contribuire a chiarire la strategia dell’autorità monetaria, non potendosi escludere una riduzione del costo del denaro per sostenere la congiuntura, che Wall Street non apprezzerebbe. Quindi l’annosa questione se abbia ragione il mercato obbligazionario dove, a partire dallo scorso ottobre, la curva dei rendimenti risulta piatta ad indicare una prossima recessione, oppure il mercato azionario reduce da un marcato rialzo dopo i cedimenti autunnali, potrebbe essere prossima a risolversi.

Infatti l’economia USA potrebbe indebolirsi a partire dall’estate, senza peraltro entrare in recessione, ma non giustificando le quotazioni raggiunte dai titoli azionari che scontano crescite degli utili aziendali difficilmente ottenibili. L’indice S&P 500 dopo aver toccato un massimo annuale a quota 2955 punti, ha gradualmente stornato, sfiorando l’indotto dei 2800 punti, senza però testare il supporto tecnico posto a quota 2780, il cui cedimento proietta quota 2700. Le prossime sedute risultano cruciali per capire se abbia ragione il reddito fisso oppure la borsa, resta il fatto non potranno continuare ad andare nella stessa direzione ancora a lungo.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg