Osservatorio Mobiliare – N° 125

Il periodo autunnale ha coinciso con il graduale avvio da parte delle principali banche centrali, della quarta fase di monetizzazione del credito, QE, nel decennio seguito alla crisi del 2008. I podromi di tale azione si erano già percepiti ad inizio anno quanto la FED ha dovuto reagire al forte segnale negativo lanciato dalla borsa a fine anno, decidendo di interrompere la fase di restrizione del credito avviata nel 2016. In effetti ad inizio estate la Banca Centrale USA ha avuto dei dubbi sull’opportunità di avviare un ennesimo QE, ma quanto avvenuto sul mercato interbancario statunitense a settembre, ha sgomberato il campo da ulteriori incertezze. In pratica per la prima volta, dai primi mesi del 2013, il tasso dei riporti presso lo sportello della FED, a piu’ riprese, è arrivato a sfiorare il 10%, a dispetto di un tasso guida dell’1.5%. Non si tratta tanto di un segnale di imminente crisi del mercato creditizio, quanto dell’indicazione che nel sistema manca la liquidità per poter rifinanziare le posizioni debitorie in scadenza. Questo accade quanto il mercato interbancario USA scende sotto la soglia del trilione di dollari, che equivale ad un livello di riserve in eccesso del sistema bancario di 1,5 trilioni di dollari.

La decisione della FED di avviare riacquisti mensili di titoli per 60 miliardi al mese fino a metà 2020, appare funzionale a ripristinale un adeguato livello di liquidità nel proprio sistema, aumentando il bilancio dell’istituto d’emissione di circa 650 miliardi, riportandolo oltre quota 4 trilioni. Questa osservazione riveste una particolare importanza, in quanto le banche centrali non si illudono che le misure di QE possano far ripartire la congiuntura, ma invece si preoccupano della capacità di funzionamento dei rispettivi sistemi creditizi, come vuole il loro ruolo istituzionale. La BCE ha appena confermato un analoga misura, mentre la PBOC, dopo un periodo di restrizione del credito tra l’ottobre 2018 ed il maggio di quest’anno, starebbe vagliando un’analoga decisione, favorita da un prossimo accordo di compromesso con gli USA sui dazi. Quindi la dinamica prospettiva dei mercati, dovrebbe ricalcare quella già osservata in occasione dell’avvio dei precedenti QE, con il comparto obbligazionario a lungo termine sfavorito in quanto l’immissione di nuova liquidità diminuisce la percezione di rischio degli investitori rendendoli propensi a spostarsi dal reddito fisso all’azionario.

Quantificando, il rendimento dei titoli del Tesoro Usa decennali potrebbe salire in prossimità del 2,5%. Dopo un momento di incertezza legato al peggioramento del reddito fisso, i listini azionari internazionali, soprattutto quelli espressi dalle economie sviluppate, potranno contare su di una positiva tendenza di fondo, sostenuta dall’accesso di liquidità non utilizzato dall’economia reale, visto il suo modesto livello di crescita. In borsa si dovrebbe assistere alla rivincita delle azioni sottovalutate rispetto ai propri fondamentali, dopo un lustro che ha visto primeggiare i titoli di crescita, come i tecnologici.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”