Osservatorio Mobiliare – N°135

Il mese borsistico di giugno si è avviato nel migliore dei modi possibili, visto che la prima ottava si è chiusa con l’indice statunitense S&P 500 tornato marginalmente sopra il livello di inizio anno, in pratica azzerando tutta la perdita annuale fatta registrare alla data del 19 marzo.

Anche gli altri importanti indici azionari mondiali hanno seguito il positivo andamento di Wall-street, con i listini cinesi in evidenza, visto che da inizio anno registrano un modesto incremento percentuale. Quindi ad un esame superficiale, potrebbe sembrare irragionevole che le valutazioni borsistiche si siano già totalmente lasciate alle spalle le gravi conseguenze economiche delle misure attuate per contenere il contagio.

Una spiegazione per comprendere questo repentino recupero verso i livelli pre-crisi, potrebbe essere ricondotta all’enormità delle misure di politica monetaria e fiscale attuate dalle competenti autorità nel breve volgere di poche settimane, quantificabili in una cifra complessiva di circa 20 trilioni di dollaro pari a più del 20 % del PIL annuo mondiale. A tale proposito, risulta opportuno osservare che già all’indomani della precedente grande crisi finanziaria (GFC1) del 2008/09, le periodiche fasi di stimolo monetario succedutesi nel successivo decennio fino ai giorni nostri (QE ) hanno contribuito a creare in borsa un fenomeno tecnico prima sconosciuto, quello dei “flash crash”. Quindi si è iniziato ad assistere con una certa frequenza, a repentini appesantimenti dei principali indici, quantificabili in perdite giornaliere anche vicine ai 10 punti percentuali, che poi venivano riassorbite in un lasso temporale estremamente breve, da poche sedute a poco settimane. Si tratta chiaramente di una conseguenza tecnica dell’enorme liquidità immessa nei circuiti finanziari internazionali, che trovando solo uno sbocco modesto verso l’economia reale, si riversa principalmente sui mercati mobiliari accentuandone a dismisura la volatilità. Analogamente, si potrebbe ipotizzare di trovarsi in presenza di una recessione- “flash”, praticamente di una fase di appesantimento congiunturale marcata, ma insolitamente breve, di sei/nove mesi invece dei canonici 12/18. Sviluppando questa tesi, si potrebbe argomentare che l’indice di borsa, che per sua natura sconta prospettive economiche future, (non è un caso che l’indice di borsa sia uno dei componenti del super-indice precursore USA, composto da 20 parametri che dovrebbero dare un indicazione della futura tendenza congiunturale), stia correttamente scontando un forte recupero dell’economia a partire dall’autunno.

Il sorprendente dato sul livello dell’occupazione nel mese di maggio, sia negli Stati Uniti sia in Canada, pubblicato venerdì scorso, sembra avvalorare questa tesi. Ad ulteriore conferma di questa ipotesi di lavoro, si può anche considerare l’origine atipica dell’attuale recessione, nel senso che la stessa non è sortita da fattori endogeni all’economia come nelle casistiche tradizionali, ma il catalizzatore della stessa è stato un elemento esogeno al sistema, che è apparso tanto repentinamente come ora sta gradualmente scomparendo. Volendo utilizzare una similitudine, l’economia è come un’automobile che viaggiava su di una strada sgombra ed improvvisamente si trova davanti un ostacolo, il virus. Stando ferma a motore acceso l’auto ha consumato la benzina, ma una volta rimosso l’ostacolo, basta mettere altra benzina, la liquidità, e si riprende il viaggio da dove era stato interrotto, dovendo solo recuperare del tempo.

Quindi nel caso della ripartenza dalla mini recessione del 2020, la ripresa sarà molto rapida, giustificando la positiva tendenza che la borsa ha espresso da fine marzo, senza soluzione di continuità. I livelli raggiunti dagli diversi indici, risultano compatibili con l’imminente avvio di una fase di consolidamento laterale, volta ad assorbire l’ipercomprato di breve. Principalmente tramite una rotazione settoriale della domanda borsistica, piuttosto che con una marcata correzione, limitata, nel caso dello S&P 500, a quota 2950 punti. Quindi i comparti più difensivi piuttosto che quelli dagli alti saggi di crescita, che hanno guidato i listini nel recente rialzo, appaiono destinati a lasciare il posto ai settori tradizionalmente ciclici, industria e chimica, ed a quelli che più hanno sofferto durante il ribasso, quali beni di lusso, petrolifero, trasporti, automobilistico e turismo. Il settore finanziario non appare interessante, in quanto il generale appiattimento della curva dei rendimenti e l’inevitabile aumento delle sofferenze bancarie, ne limita il potenziale, con l’unica rilevante eccezione del comparto bancario USA, visto che i rendimenti consolidati del biglietto verde potrebbero risalire ed è prevista una forte ripresa delle operazioni di fusione ed acquisizione societaria.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”