Osservatorio Mobiliare – N° 153

L’ipotesi di lavoro avanzata a fine estate, relativa alla probabilità si potesse verificare una modesta correzione borsistica nella misura del 5% rispetto ai recenti massimi degli indici si è puntualmente verificata. In effetti per diverse settimane i principali indici avevano consolidato a ridosso dei massimi di periodo senza trovare nuovi stimoli al rialzo, a conferma di una situazione tecnica distributiva. Mancava solo all’appello un elemento catalizzante che potesse fungere da giustificazione per avviare la fase di vendite, apparso sotto forma di una recrudescenza del Covid-Sars 2 indotta dall’ennesima variante sviluppatasi questa volta a partire dal Sud Africa.

Nonostante la comunità scientifica abbia a più riprese ipotizzato che il Virus avrebbe subito nel tempo diverse mutazioni, più contagiose ma meno virulente, l’emotività degli investitori internazionali, comunque alla ricerca di una scusa per vendere, ha fatto registrare agli indici di borsa l’ennesimo mini flash crash, esauritosi, come nelle precedenti occasioni, nel breve volgere di poche sedute. Anche le ipotesi di tenuta dei livelli di supporto degli indici sono risultate sostanzialmente rispettate, nel senso che lo S&P 500 USA ha toccato il minimo di 4513 punti, appena al di sotto del supporto tecnico a quota 4550, mentre l’euro Stoxx 50  si è avvicinato al supporto psicologico dei 4000 punti , registrando un minimo di 4063. Quindi la tesi strategica di fondo riguardo il mantenimento della tendenza positiva dei mercati azionari avviatasi nella primavera del 2020, rimane confermata, nel senso che solo un errore di valutazione dei governi in tema di politica fiscale o delle principali banche centrali in tema di politica monetaria, potrebbe avviare una seria fase correttiva. 

Le decisioni degli istituti d’emissione sono quelle da analizzare con maggiore attenzione, in quanto sono indissolubilmente legate alla valutazione dell’attuale recrudescenza inflativa, che con il passare dei mesi, nella loro interpretazione sembra sempre più destinata a rivelarsi duratura e non transitoria. Infatti risulta confermato dai bollettini mensili che la ECB e la Banca del Giappone hanno iniziato a vendere titoli sul mercato a partire dall’estate, mentre la FED ha iniziato ad ottobre. Inoltre recentemente il governatore Powell ha stigmatizzato il fatto di aver modificato la propria opinione che l’inflazione fosse transitoria mentre invece si è detto preoccupato che possa avere connotazioni durature, anticipando di qualche mese l’avvio del riacquisto di titoli sul mercato. Bisogna rilevare che dal marzo 2020 la FED ha acquistato sul mercato titoli per quasi 3 trilioni di dollari e la BCE per quasi 4 trilioni di Euro. Quantificando l’attuale problema inflativo, si rileva che nell’Eurozona il saggio tendenziale, depurato dai prodotti energetici ed alimentari, risulta del 2,6% e negli USA del 4,6 %. Chiaramente i dati non depurati risultano molto superiori, del 4,9% in Europa e del 6,2 % negli USA. La Spada di Damocle che pende sui mercati con l’avvio del nuovo anno borsistico è quindi costituita dalla seria possibilità che le autorità monetarie stiano prendendo un abbaglio, nel senso che le forze deflative strutturali che hanno dominato le economie sviluppate a partire dal 2008, potrebbero riemergere prepotentemente a metà del prossimo anno, una volta superate le contingenze del dopo-chiusure, quali le filiere di approvvigionamento, i colli di bottiglia nei trasporti internazionali e le viscosità nel mercato del lavoro causate dai sussidi a pioggia. Se questo fosse il caso la neonata ripresa congiunturale verrebbe penalizzata con ovvie conseguenze sui listini azionari.

Sul fronte valutario non sorprende il fatto che l’euro abbia particolarmente sofferto sul mercato dei cambi in relazione alla recrudescenza pandemica, mentre il franco svizzero ed il dollaro USA sono risultati favoriti. Per quest’ultimo si potrebbero sollevare dei dubbi sulla sua tenuta con l’avvio del nuovo anno, nel senso che la forza di una moneta non dipende solo dalle previsioni di crescita della relativa economia, quanto da fattori quali il flusso di capitali esteri che dipende dalle decisioni della FED e la domanda internazionale di beni rifugio, quale è il dollaro. Come si è detto la FED potrebbe essere in ritardo se l’inflazione si consolidasse e dopo dieci anni di costanti impieghi internazionali nei titoli di stato USA, la funzione di bene rifugio potrebbe risultare assolta. Quindi conviene vigilare sul livello di resistenza tecnica del cambio euro/dollaro a quota 1,14, che se violata con convinzione, potrebbe preludere ad un recupero dell’Euro.

Nicola Bravetti       Fonte dati: Bloomberg

Dati rilevati ore 11:00 GMT