OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 156

Per i mercati mobiliari internazionali le idi di marzo coincidono con una sorta di tempesta perfetta, costituita dalla concomitanza tra politiche monetarie restrittive da parte delle principali banche centrali, abnormi incrementi del prezzo dei combustibili fossili con la conseguente recrudescenza inflativa e l’invasione russa dell’Ucraina.

Quest’ultima ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori convinti che l’ammassare di truppe russe sul confine fosse solo una prova muscolare, invece la situazione è precipitata quando l’amministrazione Biden ha costretto il governo tedesco a bloccare il gasdotto Nordstream 2, strategico per la Russia e da sempre inviso agli USA in quanto avrebbe ridotto la dipendenza europea dalle loro forniture energetiche.

L’anno borsistico si era già avviato all’insegna dell’offerta con l’appesantimento di metà gennaio volto a ridimensionare l’iper comperato tecnico accumulato a fine 2021, utilizzando il cambio di approccio delle banche centrali quale giustificazione. Il susseguente tentativo di recupero degli indici a metà febbraio è abortito in seguito all’aggravarsi della crisi Ucraina sfociata nelle operazioni militari della scorsa settimana. L’assoluta imprevedibilità degli sviluppi geo politici di breve, consiglia di utilizzare gli elementi fondamentali e tecnici disponibili, per elaborare una tattica d’investimento atta ad affrontare l’attuale, complessa contingenza dei mercati. Per quanto riguarda il primo aspetto, quello fondamentale, le conseguenze della guerra in corso in Ucraina potrebbero modificare drasticamente le previsioni degli investitori sugli aumenti del tasso guida da parte della FED USA ipotizzati quest’anno, passando dai 6 – 7 già scontati dalle valutazioni borsistiche a 3-4, come testimonierebbe la riduzione dei rendimenti decennali del dollaro, passati in poche sedute dal 2.08% al 1.74%. Ma il vero problema non è costituito dal livello del costo del denaro in quanto passare dallo 0,25% al’ 1,25% non cambia molto la situazione degli attori economici, ma piuttosto il totale di bilancio della FED, passato dagli 800 miliardi del 2006 agli attuali 8000, che spiegano l’inflazione finanziaria che ha permesso alla borsa di moltiplicare sette volte il valore dello S&P 500 in meno di 13 anni. Questa creazione surrettizia di liquidità rappresenta la vera motivazione della lunga fase rialzista delle borse avviatasi nel 2009, quindi risulta imprescindibile un suo puntuale monitoraggio. Infatti l’attuale marcata recrudescenza inflativa da costi, principalmente energetici, potrebbe indurre in errore il direttorio della FED, facendolo propendere per un drenaggio di liquidità dal sistema creditizio, che avrebbe gravi effetti congiunturali e borsistici visto l’elevato grado di indebitamento del sistema nel suo complesso.

Quindi volendo trovare una conseguenza moderatamente positiva nel drammatico scenario di guerra con il quale i mercati oggi si confrontano, può essere solo uno spostamento temporale dell’irrigidimento creditizio atteso. Nel secondo ambito il quadro tecnico degli indici borsistici non solo USA, risulta seriamente deteriorato, confermando l’ipotesi già fatta prima degli sviluppi bellici, che vede l’indice S&P 500 orientato verso un secondo minimo di periodo nella fascia di supporto compresa trai 4100 ed i 4200 punti, che nel caso di ulteriori, probabili, aggravamenti geo politici potrebbe trovare spazio al ribasso fino a quota 4000 e poi 3750, dove si colloca il forte supporto creatosi nel 2020. Per l’indice Euro Stoxx 50 l’attuale violazione del supporto a quota 3900 punti apre la strada verso il livello di 3600 punti. Rimando in ambito USA questo scenario ribassista trova sostegno anche nella considerazione che dopo quattro trimestri consecutivi di crescita degli utili trimestrali delle società che compongono l’indice nell’ordine del 20%, per il primo semestre 2022 la previsione di crescita degli utili si colloca sul 5 %, traducendosi nel più modesto incremento degli utili trimestrali previsionali, dal lontano 2009. Sul fronte valutario non sorprende la forza relativa del franco svizzero che in poche sedute ha guadagnato quasi il 4% rispetto all’Euro, mentre il dollaro, a conferma della propria tendenza di fondo meno brillante, ha faticato più di quanto prevedibile per raggiungere lo stesso risultato verso l’unità di conto europea. Anche il bene rifugio per eccellenza, l’oro, ha fatto registrare un progresso graduale, superando la resistenza a quota 1880 dollari l’oncia, avendo poi ragione di quota 1920 ed ora appare in grado di raggiungere gli obiettivi tecnici del livello 1980 e del massimo del 2020, di 2075 dollari.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”