OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 158

Lo specchietto per le allodole costituito dal drammatico conflitto in corso ai confini orientali dell’Europa continua a distogliere l’attenzione dal vero problema che pesa sulla dinamica prospettica dei mercati mobiliari internazionali. Analizzando i dati mensili resi disponibili da parte della FED statunitense, si evince che dallo scorso dicembre, quando il Governatore Powell aveva rimosso dal suo intervento l’accezione transitoria della recrudescenza inflativa in corso, l’istituto d’emissione ha già drenato un trilione di dollari dal proprio sistema creditizio.

Di conseguenza l’indice mondiale relativo alla liquidità delle banche centrali nel loro insieme si colloca al livello più basso degli ultimi tre anni, pari a 28,3 trilioni di dollari, una riduzione di 818 miliardi nel solo mese di aprile. La parte del leone di questo irrigidimento monetario riguarda proprio la FED che riducendo il proprio bilancio ha spinto al rialzo il dollaro anche per ridurre l’inflazione importata. La recente ammissione del Governatore che la FED ha tardato a reagire all’aumento dell’inflazione, implica che al termine della fase di graduali aumento del tasso guida, probabilmente ad inizio 2023, lo stesso possa collocarsi al 3 %, cominciando a rendere appetibili i titoli a reddito fisso in dollari con scadenze tra i cinque ed i dieci anni, basandosi sull’ipotesi che l’economia USA non vada in recessione e quindi la curva dei rendimenti resti comunque marginalmente positiva.

L’ipotesi che la stessa rimarrà positiva trova sostegno anche nella recente dinamica dei prezzi delle materie prime che tramite la loro attuale stabilizzazione sembrerebbero indicare che questo mese potrebbe coincidere con il picco nei dati inflazionistici tendenziali. I veri problemi macroeconomici risultano concentrati in Asia, dove la Banca del Giappone ha deciso una sconsiderata difesa del rendimento allo 0,25 % del proprio debito decennale che ha causato un crollo del cambio rispetto al dollaro, pari ad una perdita del 13 % da inizio anno, che ha costretto anche la PBOC cinese ad intervenire con una stretta a difesa della propria moneta. Se si considera che la Cina si trova anche alle prese con una grave recrudescenza pandemica che sta provocando importanti blocchi produttivi, si percepiscono già importanti ricadute negative sull’attività industriale globale, compatibili con una discesa inflativa prospettica. Quantificando il problema valutario cinese, le riserve valutarie si sono contratte del 4% da inizio anno, forzando l’irrigidimento creditizio che avrà importanti conseguenze congiunturali. In pratica in poche settimane è saltato l’accordo di Shanghai del 2016 che per un lustro aveva garantito la stabilità delle principali valute dell’area asiatica. Per quanto attiene agli indici borsistici, prendendo sempre come riferimento l’indice USA S&P 500, l’ottava si è chiusa con il primo serio tentativo di rimbalzo tecnico da ipervenduto da metà aprile con l’indice che ha recuperato la quota tecnica di 4000 punti, rendendo possibile un prosieguo fino verso quota 4150. Tale ipotesi si basa sulla dinamica delle fasi ribassiste, che vedono i successivi rimbalzi tecnici quantificabili nel 50% di quelli che li hanno preceduti; quindi, nel caso di specie, si potrebbe contare in circa 200 punti di recupero.

Considerata la persistente debolezza di fondo degli indici azionari e la mancanza di segnali geo-politici che possano preludere ad una prossima soluzione del conflitto russo- ucraino, anche un modesto rialzo andrebbe utilizzato per ridurre l’esposizione azionaria, in attesa che vengano raggiunti livelli di valutazione dell’indici più convenienti, probabilmente nella fascia 3300/3500 punti, visto che la FED spinge al ribasso i P/E azionari tramite il rialzo dei tassi mentre la PBOC tende a deprimere la crescita congiunturale globale.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”

Dati del 16.05.2022 – 11.00 GMT