OSSERVATORIO MOBILIARE N. 159

Durante la scorsa ottava le principali banche centrali occidentali, FED, BCE e BNS, hanno messo le carte in tavola, dichiarando apertamente che intendono aumentare i rispettivi tassi guida ben oltre quanto i mercati mobiliari internazionali stessero già scontando, come testimoniano il ribasso degli indici azionari ed il rialzo dei rendimenti obbligazionari intervenuti da inizio anno. In pratica a causa della marcata recrudescenza inflativa causata dalla guerra in Ucraina che ha fatto aumentare in modo esponenziale il prezzo delle componenti più volatili del paniere di riferimento dell’indice, le autorità monetarie sono state prese in contropiede, presentando un divario inaccettabile tra l’attuale costo del denaro ed il saggio di rincaro tendenziale.  Quindi l’unica strada percorribile è quella di amplificare gli aumenti del tasso guida in modo da indurre a partire dall’autunno un raffreddamento congiunturale, che per alcune economie avrà caratteristiche recessive, finalizzato a ridurre in modo significativo soprattutto i costi energetici e quelli delle materie prime industriali. Fino ad oggi con un ribasso dei principali indici azionari vicino al 20 % da inizio anno, le borse hanno scontato il rialzo dei tassi atteso già dal quarto trimestre del 2021, volto a normalizzare la politica monetaria dopo gli interventi di sostegno resisi necessari per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia.  Ma con le recenti decisioni di un ulteriore irrigidimento, si entra in una nuova fase ribassista dei listini, volta a scontare l’inevitabile recessione indotta dalle recenti decisioni di politica monetaria. Prendendo ad esempio l’indice USA S&P 500, attualmente ridossato sul supporto tecnico di quota 3750, obiettivi ribassisti di medio termine sulle quote 3250 e 3000 punti non appaiono fuori luogo. 

Si tratterebbe di un ulteriore ribasso del 15/20 % da ora, che già in passato ha caratterizzato le fasi di appesantimento che hanno preceduto un episodio recessivo dell’economia di riferimento della borsa. Un ‘alternativa possibile potrebbe essere una fase laterale di distribuzione tra le quote 3700 e 4100 punti che caratterizzi il periodo estivo, salvo preludere comunque al previsto ribasso in autunno. Questa seconda ipotesi appare meno probabile, almeno a giudicare dalle difficolta che gli indici USA incontrano da fine aprile nel concretizzare un rimbalzo tecnico da ipervenduto, pero’ l’amministrazione Biden ha tutto l’interesse a non vedere ufficializzata una recessione prima delle elezioni di medio periodo ai primi di novembre, quindi la borsa potrebbe traccheggiare prima di appesantirsi ulteriormente. Il generalizzato deterioramento dell’economia mondiale indotto dal rialzo dei tassi a breve termine, comincia a riflettersi in modo marcato sulle dinamiche valutarie, basti pensare al forte deprezzamento dello yen contro il dollaro, quantificabile in circa il 25 % da fine 2021.

Di conseguenza anche la banca centrale cinese è dovuta intervenire a sostegno della propria moneta trascinata al ribasso da quella nipponica, visto l’importante interscambio commerciale tra i due paesi, non permettendo di escludere una decisone relativa ad una svalutazione ufficiale dello yuan, la cui difesa appare incompatibile con le problematiche di sostegno della congiuntura che l’economia cinese necessita vista la concomitanza dei blocchi produttivi dovuti alla pandemia e del raffreddamento congiunturale sia endogeno sia esogeno.  Rimanendo in ambito valutario, non ha mancato di sorprendere il contenuto dell’intervento della Governatrice della BCE, in merito all’atteso cambio di rotta della politica monetaria europea. Intanto per stemperarne le conseguenze, il verbale del Direttorio risulta sorprendentemente trasparente, prevedendo un ritorno del saggio d’inflazione del Vecchio Continente vicino al 2% già nel 2024, proprio per evitare una reazione eccessiva da parte degli investitori azionari in merito alla dinamica prospettica del tasso guida.  Ma l’aspetto meno convincente di quanto dichiarato nella conferenza stampa, risiede nell’impegno a proteggere dalla speculazione lo spread sui titoli sovrani dei paesi finanziariamente più deboli, in quanto ciò era possibile in deflazione e durante la lunga fase di creazione di liquidità surrettizia seguita alla crisi del 2009, ma non è possibile durante l’attuale fase di irrigidimento creditizio, aprendo la strada ad un indebolimento dell’Euro verso il dollaro simile a quello sofferto dallo yen , che ne porterebbe il cambio sotto la parità con il biglietto verde. 

Nicola Bravetti       Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”