OSSERVATORIO MOBILIARE N. 160

L’ipotesi di lavoro che prevedeva una prolungata fase di distribuzione nella dinamica degli indici azionari, che avrebbe caratterizzato la prima parte del periodo estivo in alternativa ad un prosieguo senza soluzione di continuità della fase ribassista in corso da gennaio, è risultata corretta.

Il recupero delle quote, quantificabile in alcuni punti percentuali a seconda degli indici considerati, ha comunque faticato a realizzarsi, visto che dopo il precedente rimbalzo tecnico di aprile, si è dovuto attendere fino alla seconda metà di luglio per assistere al prevedibile recupero da ipervenduto. Per quantificare ci si riferisce all’indice USA S&P 500, che ha fatto registrare un minimo di periodo nell’area 3650/3700 punti da cui gradualmente si è sviluppata la ripresa che ha portato l’indice all’attuale quotazione di circa 4150 punti. Il minimo di periodo è stato registrato a fine giugno all’indomani della decisione delle principali banche centrali occidentali, FED e BCE in particolare, di accelerare il processo di irrigidimento monetario già avviato a fine anno 2021, per fronteggiare l’incremento inflativo dovuto ai colli di biglia produttivi post COVID. In pratica il secondo semestre è iniziato per le borse mondiali all’insegna di una nuova importante incertezza, quella legata alla possibile volontà delle autorità monetarie di creare una recessione economica per fronteggiare la viziosa spirale inflativa indotta dal rialzo esponenziale dei prezzi energetici. Vale la pena di osservare che l’attuale fenomeno inflativo presenta una caratteristica che lo differenzia non poco dai saggi di rincaro che hanno caratterizzato i decenni seguiti al boom economico degli anni 60. Infatti l’inflazione fronteggiata dalle banche centrali a partire dai primi anni 80, era il classico fenomeno causato dalla concomitanza di incrementi della domanda dovuti all’alta congiuntura del periodo e dall’aumento dei costi delle materie prime e della manodopera, mentre ora l’aumento dei prezzi è totalmente e solamente riconducibile al fattore costi, mentre non sussiste una problematica relativa ad un eccesso di domanda, se mai ci si trova nella condizione opposta. Allora potrebbe essere lecito chiedersi se imporre ai singoli sistemi economici il costo di una recessione, sia la politica corretta, in quanto il rischio è che l’impatto sul calmieramento dei prezzi energetici potrebbe risultare molto più blando di quanto atteso.

Quindi l’attuale fase di assestamento degli indici, legata certamente al marcato ipervenduto tecnico creatosi a fine giugno e favorita anche dal rallentamento della fase restrittiva attuata dalla FED che nelle scorse settimane ha ridotto al 3% dal precedente 20 %, il saggio di irrigidimento, andrebbe interpretata come una fase distributiva, che preluda ad un ulteriore ribasso con l’approssimarsi dell’autunno. Questo ulteriore cedimento interverrebbe nel momento in cui gli investitori internazionali si convincessero che l’atterraggio morbido delle congiunture non sarà possibile e che quindi le valutazioni borsistiche andranno corrette al ribasso per tenere conto della contrazione degli utili societari. Volendo quantificare il rischio di questa seconda parte della fase ribassista in corso, nella peggiore delle ipotesi si potrebbe toccare quota 3200 punti dell’indice S&P 500.  Mettendo la situazione borsistica USA in prospettiva, giova ricordare che nella primavera 2009, all’indomani della crisi bancaria, l’indice valeva circa 700 punti, quindi nei 12 anni fino al 2021, si è moltiplicato ben 7 volte. Quando a giugno la FED si è ritrovata a dover decidere se rischiare una recessione causando una forte correzione borsistica oppure se tollerare un saggio d’inflazione che avrebbe impoverito la classe media statunitense, ha scelto di deflazionare le quotazioni borsistiche, da qui la tesi che il ribasso prosegua a partire da fine agosto. Anche l’ipotesi che la dinamica dell’economia cinese, secondo per importanza solo a quella USA, possa evitare una recessione globale grazie al fatto che la banca centrale, PBOC, non abbia ancora attuato uno stimolo monetario significativo, come invece hanno fatto le altre banche centrali all’indomani della crisi COVID, rischia di avere deboli fondamenti. Infatti il costante deflusso di capitali dal mercato finanziario cinese e la forza del dollaro non sembrano permettere alle autorità di allentare la politica monetaria, nonostante la debole congiuntura interna dovuta ai blocchi produttivi legati alla recente recrudescenza della pandemia. 

Nicola Bravetti       Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”