OSSERVATORIO MOBILIARE N. 161

L’ipotesi di lavoro di mezza estate che indicava come alternativa probabile una fase laterale di recupero nei valori degli indici a correzione dell’ipervenduto tecnico causato dalla prima marcata fase di ribasso avviatasi al termine del 2021, risulterebbe confermata.

Questo rimbalzo ha certamente ecceduto le attese, nel senso che la fascia prevista, compresa tra i 3700 ed i 4100 punti dell’indice USA S&P 500, è stata ampiamente superata al rialzo, esaurendosi sui 4300 punti, complici forti ricoperture relative alle massicce posizioni allo scoperto accumulatesi negli scorsi mesi.  Si tratta comunque di una dinamica usuale per una fase ribassista, che statisticamente si divide in tre fasi, la prima di appesantimento, quantificabile a livello di indici nel 20/25% dal precedente massimo, seguita da un recupero tecnico quantificabile nel 10/12 %, per concludersi con l’ultima parte del ribasso a valere un ulteriore 10/15 % dal precedente minimo.

In termini di indice S&P 500 partendo dal massimo del 2021 in prossimità dei 4900 punti, si è scesi a giugno a quota 3650 per recuperare fino a 4300 punti, mentre attualmente l’indice si trova a metà della fascia a suo tempi indicata, 3700/4100, con un obiettivo di breve sul minimo di giugno. Quindi il modello prevedrebbe che la fase di ribasso si esaurisse nell’indotto dei 3200 punti, ma le scorse settimane hanno inserito nel quadro fondamentale degli elementi nuovi che potrebbero modificare in senso costruttivo la dinamica prospettica degli indici. 

Innanzi tutto la FED con alcune recenti dichiarazioni dei propri governatori ha confermato l’approccio flessibile al tema della politica monetaria indicando la possibilità di un ritorno a stimoli quantitativi in caso di un forte deterioramento del mercato finanziario, la BCE ha rivisto in modo meno rigido il proprio programma di restrizione del credito, il barile di petrolio WTI è tornato ai valori di gennaio , prima dell’invasione Russa ed i forti flussi valutari verso il dollaro si stanno riducendo. In particolare le banche centrali che a giugno hanno ufficializzato un programma di marcati aumenti del costo del denaro e di importanti riduzioni nei propri bilanci, al fine di fronteggiare la recrudescenza inflativa da costi energetici ed alimentari, forse si stanno rendendo conto che l’inflazione invece è la logica conseguenza di un decennio di creazione surrettizia di liquidità che tra il 2009 ed il 2020 che non si è tradotta in un problema inflativo in quanto la deflazione strutturale legata al processo di globalizzazione dell’economia mondiale ne ha ampiamente compensato gli effetti negativi sul saggio di rincaro. Come conseguenza della pandemia, appunto dal 2020, si è invece avviato un processo di deglobalizzazione, nel senso che le aziende internazionali stanno riducendo marcatamente la dipendenza da fornitori esteri, rinunciando quindi ai vantaggi in termini di costi dei fattori produttivi, per non incorrere nei colli di bottiglia della filiera di approvvigionamento verificatisi dopo il blocco produttivo causato dal COVID. Quindi l’inflazione potrebbe rimanere elevata per altri 12/18 mesi, rendendo probabile che il costo del denaro risulterà più alto di quanto stimi il mercato, ma in compenso le banche centrali potrebbero ricredersi sull’entità della riduzione dei propri bilanci.

Questa ipotesi, se confermata, avrebbe effetti molto rilevanti sull’entità della recessione attesa nei due trimestri a cavallo di fine anno, nel senso che i mille miliardi di dollari che la FED ha tolto dal proprio bilancio equivalgono quale effetto sulla dinamica congiunturale ad un rialzo del 4 % del tasso sui fondi della riserva stessa, che si aggiungono all’attuale costo del denaro USA, portandolo quindi quasi al 7% teorico. Riassumendo, nella migliore delle ipotesi, se la recessione in arrivo si rivelerà modesta e non avrà riscontri occupazionali importanti, vista la preesistente carenza di risorse umane causata dai blocchi produttivi del biennio 20/21, il supporto tecnico di quota 3650 potrebbe rappresentare il doppio minimo della fase ribassista in corso, altrimenti una sua violazione aprirebbe la strada verso quota 3200 punti. Le borse da preferire sono quelle statunitense e nipponica, mentre sembra che la Banca Popolare cinese si stia ricredendo sulla difesa ad oltranza del cambio dello yuan rendendo interessante questa borsa, molto depressa a causa della politica monetaria restrittiva attuata fino ad oggi. Sul fronte valutario conviene continuare a sotto pesare l’euro contro dollaro e franco mentre per il reddito fisso prevale l’incertezza causata dalla combinazione di attese inflative e recessive, consigliando scadenze brevi sull’euro e pronti contro temine sul dollaro.

Nicola Bravetti       Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”