OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 163

L’osservazione della tendenza di breve dei principali indici azionari mondiali a partire dall’avvio del quarto trimestre, offre interessanti spunti di riflessione già in ottica 2023. Infatti in ottobre si è registrata un generalizzato appesantimento che ha portato i principali indici a testare i minimi annuali di giugno, salvo poi rimbalzare dagli stessi, complici le marcate ricoperture ribassiste. Quindi con l’indice S&P 500 di poco oltre quota 4000 punti e l’indice Eurostoxx 50 di poco al di sotto della medesima quota 4000, ci si colloca nella parte alta della fascia di accumulazione 3600/4100 dello S&P 500 prevista in precedenza. Se durante le prossime sedute il rialzo proseguisse ancora oltre quota 4000, si assisterebbe a forti ricoperture di posizioni allo scoperto che potrebbero anche spingere la quota verso i 4200 punti.

Ma appare fuori di dubbio che i listini attualmente siano ipercomperati, consigliando un approccio selettivo sul fronte di nuovi impieghi da ipotizzare a ridosso del supporto a quota 3850 punti ed anche il realizzo di eventuali posizioni tattiche in profitto. Vale la pena di ricordare che con la crisi borsistica del 2022 viene meno la strategia compra e mantieni le posizioni negli indici che ha funzionato puntualmente durante i quasi tre lustri a partire dal 2008, ma da ora con il ridimensionamento dell’eccesso di liquidità che ha inflazionato i mercati mobiliari, risulterà molto più pagante una strategia di accurata selezione di valori azionari singoli piuttosto che il mantenimento di posizioni in indici ma anche in ETF settoriali, che rischiano di muoversi lateralmente per parecchio tempo. La fondatezza di questa ipotesi di lavoro si riscontra agevolmente osservando ad esempio l’andamento dell’indice Eurostoxx 50 che ad oggi perde meno del 10% da inizio 2022, mentre diversi dei titoli che lo compongono sacrificano in termini di corso più del 50% nel medesimo arco temporale, a significare un potenziale di ripresa ben superiore a quello aggregato. Ma la considerazione più rilevante rispetto alle scorse ottave, riguarda il processo di irrigidimento monetario avviato dalle principali banche centrali mondiali a partire dal dicembre 2021, che a fine ottobre ha comportato il drenaggio di 3,2 mila miliardi di dollari a ridimensionare i 9,6 mila miliardi di dollari immessi a partire dalla crisi pandemica della primavera 2020. Il fatto nuovo di questo trimestre è rappresentato dai 167 miliardi di dollari che la FED ha immesso nel proprio sistema da inizio ottobre. Risulta ragionevole supporre che il Direttorio stia seriamente riconsiderando la possibilità di insistere con la restrizione del credito (QT), non solo per motivi congiunturali, la metà dei suoi membri prevede una recessione nella prima metà del 2023, quanto per motivi tecnici, in quanto la recente esperienza della Banca d’Inghilterra insegna che l’eccessiva contrazione della liquidità può mettere seriamente in crisi la capacità del tesoro di collocare titoli di stato.

Nel dettaglio la FED quest’anno ha drenato 1080 miliardi di liquidità dal sistema USA mentre la tanto conclamata riduzione del proprio bilancio non si è di fatto verificata visto che lo stesso oggi vale 8680 miliardi contro i 9000 del recente massimo. Ma la quotazione dell’indice di borsa è direttamente funzione della liquidita della FED, basti pensare che l’indice di correlazione tra le due entità è 0,90%, quindi ogni 500 miliardi di riduzione della liquidità corrispondono a circa 500 punti dell’indice. Quindi il fatto che il tasso guida durante le due prossime riunioni della Banca Centrale USA salga di altri 75 punti base, risulta molto meno rilevante di quanto verrà deciso in materia di liquidità del sistema. Se l’ipotesi di trovarsi già in una fase terminale del QT si rilevasse corretta e la FED invertisse la politica monetari entro la primavera 2023, la peggiore delle ipotesi borsistiche potrebbe essere un triplo minimo degli indici entro il prossimo febbraio, mentre risulterebbe molto improbabile che vengono drenati altri mille miliardi, come inizialmente previsto che avrebbero portato l’indice S&P 500 a quota 3200 punti. L’eventuale stabilizzazione della politica monetaria USA seguita da un ritorno ad alleggerimenti creditizi entro la prossima primavera, non mancherà di influenzare la parità del dollaro, già tornato sopra i propri supporti tecnici nella fascia 1.02/1.03 verso l’Euro, con la resistenza di quest’ultimo collocata a ridosso di 1.06 che, se violata, negherebbe ulteriori rialzi del biglietto verde nel medio termine. A tendere un indebolimento del dollaro accompagnato dall’abbandono delle attuali, stringenti, misure di contenimento del Covid, proporrebbe il tema dell’impiego sul listino cinese, che però nonostante la palese sottovalutazione quantitativa e la marcata assenza degli investitori internazionali, rimane da sottopesare.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può -né potrà- essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari“