La dinamica registrata dai maggiori indici azionari mondiali all’indomani dell’annuncio da parte dell’Esecutivo statunitense che l’attività bellica contro l’Iran terminava con un accordo di tregua, conferma la convinzione degli investitori internazionali che il conflitto non verrà ripreso.
Il nuovo massimo storico fatto registrare dall’indice S&P 500 USA, non sconta solo la fine delle ostilità in Medio Oriente ma sembra minimizzare anche l’impatto economico a medio termine del forte rialzo dei costi energetici e dei colli di bottiglia logistici venutisi a creare. Alla luce delle apparenti tensioni riaffiorate tra i due contendenti negli scorsi giorni, questo compiacente ottimismo delle borse potrebbe apparire fuori luogo, ma pragmaticamente una ripresa delle ostilità non sembra un opzione percorribile in quanto non gioverebbe a nessuna delle parti in causa, con Trump che ha centrato l’obiettivo tattico di scardinare il cartello petrolifero dell’OPEC mentre a livello strategico il recente incontro con il premier cinese e la prossima visita del leader russo allo stesso, appaiano funzionali a delineare un rinnovato assetto geo-politico mondiale, che contribuirà anche a risolvere le problematiche legate ai due principali conflitti in corso.
Sul fronte opposto l’Iran che ha comprensibilmente, vista la sproporzione delle forze militari in gioco, optato per una guerra economica, non appare più in grado di sostenerla, vista la gravissima crisi congiunturale in cui versa, che se protratta oltre può solo portare ad una rivolta popolare, che rovesci quello che resta del regime. Ma dietro alla sorprendente dinamica rialzista, soprattutto degli indici azionari USA, si cela un elemento di grande novità, che forse non è ancora stato valutato pienamente in ordine alle sue implicazioni di medio e lungo periodo. Infatti, per quanto concerne l’implementazione della politica monetaria USA, con l’insediamento della nuova amministrazione si è assistito ad una sorta di cambio della guardia, se non di spodestamento, da parte del Ministero del Tesoro a scapito della Federal Reserve. In pratica dal 2025, le decisioni di politica monetaria che incidono sul livello della liquidità sistemica, quindi se stimolare o restringere il credito, non vengono più prese solo dalla FED tramite lo strumento del costo del denaro, passato in secondo piano, ma vengono determinate dal Tesoro, tramite il bilanciamento delle emissioni di buoni rispetto alle obbligazioni consolidate e tramite il riacquisto di titoli a medio e lungo termine sul mercato secondario. Lo scopo di questo passaggio di testimone consiste nel controllo della volatilità del mercato obbligazionario sovrano, registrata dall’indice ICE MOVE, che funziona come il VIX azionario.
Per il Tesoro è importante che questo indicatore rimanga sotto il livello di 80, dove si colloca oggi, in quanto una maggiore volatilità tramite rendimenti al rialzo, diminuisce il valore dei titoli messi a garanzia presso il settore
bancario, riducendo la liquidità sistemica. La stabilizzazione dell’indice MOVE tramite interventi di mercato sui titoli riveste anche un’importanza congiunturale, in quanto risulta provato che l’andamento dell’indice
anticipa di circa sei mesi la dinamica dell’indicatore macroeconomico PMI, relativo al settore manifatturiero USA.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
