OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 194

La scorsa ottava borsistica ha coinciso con una repentina ma moderata correzione dei principali indici azionari mondiali, appesantimento chiaramente legato alla costante incertezza del quadro geo-politico Mediorientale, che l’offerta ha utilizzato per giustificare il parziale realizzo degli utili maturati all’indomani della dichiarazione unilaterale USA di cessazione del conflitto con l’Iran.

Si ricorda che i recenti massimi degli indici scontano il convincimento del mercato azionario che il conflitto sia comunque terminato e che gradualmente sia i prezzi energetici sia le attività logistiche torneranno a normalizzarsi, anche se a prezzi e costi superiori a quelli precedenti alle ostilità. In pratica si starebbe assistendo ad una sorta di colpo di coda della Terza Guerra del Golfo, durante il quale tutti gli attori cercano di guadagnare qualche ulteriore progresso sul campo, anche di importanza marginale, ma che possa essere utilizzato a proprio favore nell’oramai ineluttabile e prossimo accordo diplomatico. Nel caso di Israele la situazione risulta molto più complicata perché l’attività bellica regionale seguita al drammatico attacco terroristico del 7 ottobre 2023, avrebbe lo scopo di debellare una volta per tutte il pericolo delle aggressioni iraniane che si susseguono ormai da decenni, obiettivo mancato in caso di una imminente tregua. La tempistica della stessa riveste una notevole importanza nella definizione delle prospettive congiunturali globali, totalmente dipendenti dalla dinamica dei prezzi energetici e dai costi della logistica del commercio internazionale. Se, come ci si augura, l’accordo sulla tregua tra USA, Israele ed Iran, risulterà prossimo, allora i positivi scenari macroeconomici previsti all’inizio dell’anno, potranno essere rispettati con modesti aggiustamenti. Questa ipotesi trova supporto negli indicatori appena pubblicati negli USA, dove l’economia continua a progredire come testimoniano i dati occupazionali compatibili con una crescita del 2,5 % del PIL nel secondo trimestre. 

Questo dato ha indotto diversi addetti ai lavori a ritenere possibile un aumento del tasso guida da parte della FED ben prima di fine anno, ma vi sono due considerazioni che rendono tale ipotesi poco probabile.  La prima è che la FED storicamente non modifica il tasso nel semestre che precede una scadenza elettorale, fatta salva la recente eccezione di mr. Powell prima delle ultime presidenziali, in secondo luogo il nuovo Governatore, mr. Warsh, sembra preferire un indice relativo al saggio di inflazione tendenziale, il Dallas Fed, che si basa su un paniere di beni variabile, che registra un dato più vicino all’obiettivo del 2.0%.

Potrebbe invece rivelarsi improvvida la decisone della BCE di alzare di un quarto di punto il tasso guida, perché’ si corre il rischio di fare lo stesso errore che fu fatto nel 2022 con l’avvio della guerra in Ucraina, quello di favorire un appesantimento congiunturale  alzando ripetutamente il costo del denaro in chiave antinflativa, quando la stessa è causata, se del caso, solo dalla componente costo senza aumenti della domanda, quindi bisognerebbe agire direttamente su questa componente, ad esempio defiscalizzandola, senza pregiudicare le prospettive congiunturali del sistema economico nel suo complesso.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”