L’anno borsistico internazionale si è avviato all’insegna della domanda, confermando la tendenza rialzista che si era manifestato durante le ottave di dicembre. Un’ analoga dinamica si ebbe nei primi mesi del 2015, salvo poi assistere, a partire da primavera, ad un appesantimento che vanificò tutti i progressi alla fine dell’anno. Allora la spinta rialzista venne alimentata dall’aspettativa che i marcati stimoli della banche centrali stessero per sortire l’auspicata ripresa economica, ma con il passare dei mesi i mercati si resero conto che l’ipotesi era prematura, avviando un consolidamento laterale che è durato fino alle elezioni di Trump. Ora il quadro è totalmente differente, la ripresa avviatasi nel 2017 risulta generalizzata e credibile, quindi l’apprezzamento dei listini azionari risulta sostenibile e può essere valutato usando parametri normalizzati, quali la durata storica media di una fase rialzista. Attualmente il rialzo ha 15 mesi di vita ad indicare che con l’avvio del periodo estivo, avendo superato i 18 mesi di durata, si entrerebbe in una zona temporale critica, che a livello statistico potrebbe persistere per un altro anno. Si tratta quindi di identificare gli elementi che nei prossimi mesi potranno dare utili indicazioni sul possibile esaurimento della fase rialzista in corso. Si riscontra un generale consenso tra gli addetti ai lavori che il campanello d’allarme lo suoneranno le banche centrali irrigidendo la politica creditizia prima di quanto i mercati si aspettino. Invece i fattori critici da seguire con attenzione sono altri, molto meno evidenti e quindi più difficilmente valutabili.
In sintesi questi elementi sono la crescita congiunturale cinese, la debolezza del settore obbligazionario internazionale e il prosieguo del rafforzamento dell’Euro. Infatti il consenso vede il PIL cinese in leggera contrazione, 6 % rispetto al 6,9 % del 2017, mentre la determinazione della Banca Centrale cinese (PBOC) nello stimolare il credito dall’ormai lontano gennaio 2016 e la volontà del governo ad investire in infrastrutture, indicherebbe esattamente l’opposto. Considerato che il Giappone dipende marcatamente dall’esportazione di semilavorati e componenti verso la Cina, la politica monetaria della BOJ risulta volta a stabilizzare lo yen verso il dollaro, in modo da mantenere il vantaggio competitivo verso la moneta cinese, che nel 2017 si è apprezzata del 5% circa verso il biglietto verde. Il rischio risiede nella rapidità con cui i capitali asiatici ed internazionali continueranno a lasciare gli USA, quindi il dollaro, per investire nelle più promettenti economie asiatiche ed in parte anche in quelle europee. Probabilmente quest’anno il deprezzamento del dollaro verso l’euro verrà contenuto nel 5-10 % al massimo, con la parità a ridosso del potere d’acquisto della moneta, a circa 1,30, ma se si assistesse ad una forte accelerazione di tale dinamica, le borse mondiali reagirebbero con un forte ribasso. Già dallo scorso anno, il flusso di dollari che ritorna in Asia, stimato ad oggi in eccesso di un trilione di dollari, viene sterilizzato dalle banche centrali locali tramite la sua monetizzazione emettendo nuova liquidità in moneta locale. Questo per evitare un rafforzamento delle proprie divise che penalizzerebbe le esportazioni, con la conseguenza di spingere al rialzo le borse asiatiche favorite dalla creazione di liquidità. In questo contesto il ruolo della Banca del Giappone risulta emblematico in quanto avendo deciso di stabilizzare lo yen per importare inflazione della Cina, dovrà rinunciare presto a mantenere a zero il rendimento dei debito pubblico decennale, in quanto la mancanza di rendimento indebolirebbe la moneta. Ma se il settore obbligazionario nipponico corregge, allora tutti mercati obbligazionari mondiali andrebbero in tensione, in quanto gli investitori istituzionali giapponesi, importanti detentori di reddito fisso statunitense ed europeo, tornerebbero ad in vestire nel proprio debito che finalmente presenterebbe dei rendimenti positivi, evitando il rischio di cambio. Riassumendo, conviene sotto pesare la borsa USA, sovra pesare quelle asiatiche in generale, favorire le piccole-medie capitalizzazioni in Europa, mantenere scadenze brevi sull’obbligazionario di qualità, puntare sui settori finanziario, ciclico industriale, petrolifero ed in generale sulle materie prime.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
