Osservatorio Mobiliare – N° 105

L’ultimo trimestre dell’anno borsistico si è avviato all’insegna della domanda che ha permesso a diversi listini internazionali di ritoccare i propri massimi annuali a cavallo di fine ottobre. Per quantificare l’indice S&P 500 ha sfiorato quota 2600 punti mentre l’Eurostoxx 50 si è avvicinato a quota 3700 punti. Sotto il profilo tecnico questi livelli rappresentano l’obiettivo che si era ottimisticamente previsto per l’anno in corso, suggerendo che il consolidamento in corso da due ottave, possa rappresentare l’inizio di una fase di distribuzione. In pratica il tradizionale rialzo di fine anno potrebbe essere stato anticipato, complice la modesta esposizione verso gli attivi azionari degli investitori istituzionali, che a partire da settembre hanno ritenuto di doverla aggiustare al rialzo, in un anno che si avvia a chiudere con risultati borsistici generalmente positivi. Considerata l’assenza di alternative praticabili rispetto l’investimento borsistico, la correzione potrebbe essere già in gran parte esaurita, proponendo i livelli di 3520 punti per l’Eurostoxx e di 2520 per lo S&P 500, quali supporti che reggeranno. Bisogna infatti rilevare che oltre alle marcate liquidità presenti nei diversi sistemi finanziari complice più di un lustro di stimoli monetari, iniziano a scadere ingenti quantitativi di titoli a reddito fisso acquistati nel 2013/ 2014 quando la previsione di una recrudescenza inflativa, peraltro disattesa nei fatti, aveva consigliato agli investitori di prediligere scadenze a tre/ quattro anni. Attualmente risulta impossibile reinvestire tali capitali a rendimenti accettabili, soprattutto per quanto concerne l’Euro, e quindi o ci si indirizza verso la borsa oppure bisognerà attendere una correzione nel settore obbligazionario che non sembra profilarsi all’orizzonte. Infatti i recenti dati sull’inflazione tendenziale su ambedue le sponde dell’Atlantico registrano una leggere discesa, levando alle banche centrali qualsiasi possibilità di correggere in senso restrittivo l’approccio prudente che stanno implementando nell’attuale fase di normalizzazione della politica monetaria.

La nomina di Powell alla guida della FED, comporta la continuazione della strategia voluta dalla Governatrice Yellen, restia a fughe in avanti in ordine al costo del denaro, con la piena soddisfazione del Presidente Trump. A fine ottobre il Governatore Draghi ha parimenti indicato la strada che seguirà la BCE, anch’essa prudente in ordine ad aumenti del tasso guida, non ipotizzabili prima del 2019, se del caso. Un altro elemento che porta a concludere che i listini si trovino in una fase laterale volta ad assorbire i recenti rialzi senza presentare rischi di appesantimenti che eccedano il 5/7 % dai recenti massimi, viene dall’osservazione di quanto accade nelle due economie guida dell’Asia. Infatti dal gennaio del 2016 la Banca Popolare Cinese, dopo un triennio di contenimento della liquidità, ha intrapreso una fase di espansione del credito che l’ha portata oggi ad essere la più importante banca centrale mondiale in termini di bilancio. Inoltre a dispetto di quanto avviene per la totalità degli istituti di emissione occidentali, la PBOC ha invece un pieno controllo di quello che avviene nel sistema creditizio che governa. Quindi fintanto che persista questa politica accomodante, i listini internazionali, soprattutto quelli asiatici, potranno contare su una domanda surrettizia di titoli azionari. L’inattesa forza della congiuntura Cinese starebbe anche trainando l’economia nipponica, suggerendo un aumento dell’esposizione sul listino del Sol Levante, approfittando del recente ripiegamento verso il supporto psicologico dei 22.000 punti dell’indice Nikkei 225. Il costante riflusso di capitali internazionali verso le economie asiatiche, che poi vengono parzialmente sterilizzati emettendo nuova moneta locale, si finanzia prevalentemente tramite il realizzo di impieghi in dollari, spiegando la flessione del biglietto verde a partire dall’autunno 2016. Tale processo non sembra destinato ad interrompersi nel 2018, facendo prevedere un ulteriore ribasso della valuta statunitense verso quota 1.25 rispetto all’Euro, come indicherebbero anche le recenti difficoltà incontrate dal dollaro nel recente tentativo di recupero favorito da elementi tecnici stagionali. Il vigore dell’economia cinese ed il recupero di quella nipponica, in una fase di consolidamento del dollaro, depongono a favore della dinamica rialzista dei prezzi delle materie prime industriali ed anche del petrolio, dopo la prolungata fase ribassista che si è interrotta a cavallo dell’estate.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg