L’anno borsistico si avvia alla conclusione con i principali indici mondiali che da un paio di ottave registrano una dinamica laterale, volta a consolidare i positivi progressi registrati durante il 2017. Infatti esaminando la dinamica dei diversi indici valutati in moneta locale ad oggi, risalta l’andamento delle borse asiatiche che presentano una crescita del 47 % per la Cina, del 29% per la Corea del Sud e del 21% per Singapore, in termini di indice MSCI. A seguire gli USA con un progresso del 19,6 %, il Giappone con il 16,1 %, per passare alle piazze europee che vedono un rialzo del 11,3 % per Germania e Francia, del 15 % per la Svizzera, del 11,5 % per l’Italia e del 10,6 % per la Spagna, sempre in termini di indici MSCI. L’Asia ha beneficiato sia della ripresa dei flussi di investimento dall’estero iniziati già nel 2016 sia della politica monetaria fortemente espansiva seguita dalla Banca Popolare Cinese, gli USA delle positive aspettative congiunturali legate agli stimoli fiscali ed all’aumento della spesa pubblica accompagnate da un prudente rientro degli stimoli monetari a suo tempo introdotti dalla FED, mentre l’Europa ha sorpreso in termini di ripresa congiunturale, grazie al traino delle maggiori aree economiche mondiali, agli effetti della sottovalutazione dell’ Euro, comunque in via di correzione, ed all’effetto delle riforme strutturali attuate dopo la crisi del 2009. Guardando al 2018 la principale preoccupazione degli investitori internazionali risulta essere il cambio di indirizzo delle politiche monetarie delle banche contrali internazionali, quasi tutte apparentemente intenzionate a normalizzare la liquidità riportandola i livelli precedenti alla crisi. Invece appare probabile che gli elementi che andranno maggiormente ad influenzare la dinamica dei mercati mobiliari nel nuovo anno siano altri. Infatti sia la FED che ha appena ritoccato la fascia di fluttuazione dei tassi sui fondi della Riserva Federale al 1,25 /1,50 %, sia la BCE, visto che i saggi d’inflazione tendenziale di riferimento si trovano all’ 1,4 % ed al 1,1 % rispettivamente, sanno perfettamente che la deflazione strutturale risulta ben lungi dall’essere rientrata, costituendo un rischio per la tenuta prospettica delle congiunture, se si dovesse eccedere nella stretta creditizia.
La posizione della PBOC risulta ancora più convincente, visti gli attuali tassi di crescita della liquidità domestica, che potrebbero portare il PIL cinese a sorprendere in termini di crescita nel 2018. La Banca del Giappone avendo appena stretto il credito, sembra confermare la tesi che la stessa voglia stabilizzare il cambio dello yen rispetto alla moneta cinese e quindi, per la proprietà transitiva, segue le mosse della FED per mantenere la parità sul dollaro. Quindi gli scenari prospettici potrebbero comprendere un prosieguo della forte crescita economica asiatica, che trainerebbe quella giapponese comportando un’inattesa debolezza del reddito fisso nipponico che si rifletterebbe negativamente sul settore obbligazionario mondiale nonostante la benigna dinamica inflativa. Un leggero aumento dei rendimenti obbligazionari in euro, indipendente dalla volontà espressa dalla BCE, avrebbe la positiva conseguenza di permettere un impiego più appetibile per il reimpiego delle massicce liquidità derivanti dal rimborso delle obbligazioni a breve termine sottoscritte dagli investitori nel biennio 2013-2014, ma rappresenterebbe per le borse una valida scusa per realizzare parte dei cospicui profitti accumulati a partire dall’autunno 2016. Questo rischio sembra maggiore negli USA dove il recente appiattimento della curva dei rendimenti e l’approvazione del Senato della tanto attesa riforma fiscale, rendono più vulnerabili gli indici reduci dall’ennesimo ritocco dei propri massimi storici. Nel caso delle piazze europee i cui indici sono lontani dal massimo, se si eccettua per quella Svizzera, un loro modesto ripiegamento rappresenterebbe un’opportunità d’acquisto. Su tutto questo scenario si affaccia la problematica valutaria, che vede il dollaro destinato ad indebolirsi ulteriormente soprattutto verso l’euro, meno verso le monete asiatiche, che risultano controllate dalle proprie banche centrali. La ragione dipende dal costante deflusso di liquidità dagli USA verso l’Europa e verso la Cina, che offrono un maggiore potenziale di crescita economica. Il settore delle materie prime che risulterebbe favorito dal ripiegamento del dollaro e dalle migliorate prospettive congiunturali, fatica invece a confermare una tendenza rialzista. In pratica l’eccesso di offerta sia nel settore energetico sia in quello dei metalli industriali indotto dalla deflazione strutturale, tende a limitarne il potenziale di apprezzamento.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
