L’anno borsistico che si avvia alla chiusura verrà ricordato principalmente per la forte dicotomia che ha caratterizzato la dinamica dei listini mondiali nei dieci mesi che hanno preceduto le elezioni presidenziali USA rispetto ai due che sono seguiti. Infatti prima della fatidica data, l’andamento di quasi tutti gli indici mondiali risultava più o meno negativo ad autunno inoltrato, salvo poi mettere a segno un marcato recupero che ha permesso generalmente di limitare le perdite o di registrare un insperato progresso di alcuni punti percentuali. Quantificando, a poche sedute da fine anno, L’Eurostoxx 50 risulta appena al di sopra della parità, il Nikkei guadagna due punti percentuali mentre gli Stati Uniti brillano con un progresso del 14 % per il DJIA e del 10 % per lo S&P 500, dati in valuta locale. Per quantificare si rileva che l’indice tedesco DAX valeva 10259 punti il 28 di ottobre rispetto agli attuali 11449 mentre l’indice DJI statunitense valeva 17888 punti il 4 di novembre rispetto agli 19933 attuali. Il repentino cambio di rotta degli investitori internazionali dipende totalmente dal sorprendente risultato elettorale delle presidenziali Usa che hanno visto prevalere il candidato repubblicano, inizialmente dato per sfavorito. In pratica le borse mondiali hanno deciso di dare ampio credito al programma elettorale di Mr. Trump, volto a risollevare le sorti economiche del paese tramite l’aumento della spesa pubblica, sgravi fiscali, rinegoziazione degli accordi commerciali e ripensamento dei rapporti politici internazionali. La posizione presa dai mercati mobiliari, quindi anche dal comparto obbligazionario che ha fatto registrare un repentino aumento dei rendimenti consolidati, si riassume nella convinzione che gli Stati Uniti possano tornare a fungere da locomotiva della crescita mondiale, come accadeva negli anni 80 e 90, e trainare fuori dallo stallo deflativo tutte le economie sviluppate. La valutazione della credibilità di questa tesi rappresenta la chiave di lettura per prevedere l’andamento delle economie e dei mercati a partire dal nuovo anno. Si tratta di un compito molto complesso in quanto si tratta di analizzare elementi sia strategici sia tattici.
Comunque un dubbio campeggia su tutto il complesso del ragionamento: è realmente possibile che quanto non è stato ottenuto in sette anni con lo sforzo congiunto di tutte le principali banche centrali che hanno inondato i rispettivi sistemi economici di liquidità per fronteggiare la deflazione strutturale, riesca alla nuova amministrazione statunitense, raddoppiando, nella migliore delle ipotesi, il saggio di crescita del proprio PIL reale? Rispetto alle attuali previsioni si aggiungerebbero circa 300/350 miliardi di dollari alla crescita annuale e se anche si volesse considerare l’apporto della seconda economia mondiale, quella cinese, anch’essa tornata a crescere nel 2016, si arriverebbe a circa 600/700 miliardi addizionali. Si tratterebbe di circa l’1% del PIL mondiale, una cifra difficilmente compatibile con la realizzazione della svolta epocale che i mercati scontano. Anche proiettando questi numeri per alcuni anni, ammesso che tali saggi di crescita si rivelino sostenibili, non si ottengono risultati congrui. Inoltre bisogna ricordare le cause della deflazione strutturale nella quale versano i paesi sviluppati, costituite principalmente dall’eccesso di capacità produttiva e dalla enorme disponibilità di risorse umane a basso costo, ambedue conseguenze della globalizzazione, elementi destinati a durare almeno per un altro decennio se non oltre. Sorge quindi spontaneo il dubbio che i mercati stiano peccando di ottimismo, atteggiamento comprensibile dopo sette anni di problemi e delusioni, ma che potrebbe rivelarsi fallace già nel breve termine. Se così fosse, la debolezza dell’Euro, della sterlina e del dollaro australiano sul mercato dei cambi, i rendimenti superiori al 2,5 % per il debito pubblico decennale USA e le quotazioni dell’oro tornate quasi ai livelli di inizio anno, potrebbero rappresentare delle interessanti opportunità d’impiego. Per quanto riguarda il listini azionari, la tendenza rialzista instauratasi a partire da Novembre, risulta confermata per l’indice Eurostoxx che si è finalmente lascito alle spalle la lunga fase di accumulazione al di sotto della resistenza tecnica dei 3100 punti, divenuta un forte supporto mentre le piazze Giapponese e Statunitense, potrebbero avviare un consolidamento legato alla dinamica divergente delle proprie divise, nel senso che lo yen è reduce da un marcato ribasso che richiede una pausa di consolidamento, mentre la recente forza del dollaro favorita dal forte rialzo dei rendimenti a lungo termine, potrebbe comportare un ripensamento sulle reali potenzialità di espansione a breve termine della congiuntura statunitense.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
