Osservatorio Mobiliare – N° 94

L’estate borsistica è trascorsa all’insegna di una relativa calma, con i principali listini impegnati a recuperare il terreno perso all’indomani della vittoria del “ Brexit “ in Gran Bretagna, a conferma che quando i ribassi sono repentini e causati da fattori squisitamente politici, il recupero delle quotazioni risulta altrettanto rapido. Con l’avvio di settembre, però , i mercati sono tornati a scontare la realtà di una situazione di totale stallo sul fronte delle possibili soluzioni da proporre per uscire dalla deflazione strutturale che in varia misure affligge quasi tutte le economie sviluppate. Infatti a dispetto degli sforzi intellettuali di molti economisti di fama, che hanno portato alla creazione di una nuova definizione del fenomeno, conosciuto ora come stagnazione secolare, altro non è che una deflazione strutturale da manuale. Un esempio recente si rileva nell’economia nipponica, alle prese con questo problema dagli anni ’90, mentre alle nostre latitudini l’ultima fase deflattiva che si ricordi, risale alla fine degli anni ’50. Ma questa volta la storia non è stata maestra, quindi la classe politica al governo dei principali paesi sviluppati e le rispettive banche centrali non hanno compreso il problema fin quando non è stato troppo tardi. Solo l’ex governatore della FED, Mr. Greenspan, in un convegno alla fine degli anni ’90, ebbe a dire che il suo peggiore incubo era la sindrome giapponese, ma questo autorevole monito è rimasto inascoltato. Il principale elemento che ha fatto scaturire la grave crisi recessiva del 2008, costituito dall’abnorme dimensione del debito finanziario mondiale, che continua ad eccedere il PIL globale, non è stato minimamente ridotto, anzi forse è aumentato.

In parte è stata ridotta la leva finanziaria che gravava sullo stesso, tramite l’assorbimento anche da parte delle banche centrali, una quota dello stock di prodotti derivati e strutturati accumulatisi sul mercato fino al 2008. La deflazione strutturale è funzione di questa massa di debito, nel senso che in un contesto globale di eccesso di capacità produttiva, di offerta di materie prime e mano d’opera a basso costo, il debito che grava sui diversi attori economici, stati, imprese e consumatori, impedisce qualsivoglia nuova spesa od investimento. Quindi per sbloccare questa situazione di stallo, che altrimenti rischia di protrarsi ancora per diversi anni, l’unico intervento possibile è quello di consolidare a vario titolo parte del debito esistente. Il primo paese che potrebbe implementare la soluzione di rendere irredimibile il proprio debito pubblico, è il Giappone, visto che negli anni la Banca Centrale, BOJ, ha già aumentato notevolmente il proprio bilancio, stampando Yen e comperando il debito pubblico nipponico sul mercato. La sorprendente decisione annunciata la scorsa settimana dal Governatore Kuroda, di voler controllare il rendimento del titolo di stato decennale per mantenere a 0% il suo rendimento, potrebbe essere propedeutica al consolidamento del debito. Infatti non si capisce il senso di azzerare il rendimento sul decennale che farebbe spostare gli acquisti sui titoli a 20 e 30 anni, mentre azzerare il rendimento potrebbe essere il passo necessario per poi dichiarare irredimibile tale debito, permettendo al governo giapponese, affrancato dallo stesso, di avviare una nuova fase di massicci investimenti pubblici finanziati con nuovo debito, che finalmente farebbero uscire l’economia nipponica da lustri di stagnazione deflattiva. A questo proposito appare anche lecito chiedersi a cosa si riferisca realmente il governatore Draghi, quando afferma che la BCE è disposta ad intraprendere misure d’intervento “non convenzionali”. Nell’attesa la FED non ha modificato il tasso guida, probabilmente anche in considerazione della prossima scadenza elettorale, ma sicuramente perché la congiuntura statunitense non brilla in prospettiva, mantenendo il beneficio del dubbio sulle reali potenzialità del dollaro e riproponendo l’oro, reduce da un breve consolidamento a ridosso del supporto di quota 1300 dollari l’oncia, quale interessante alternativa d’impiego. Per quanto riguarda i listini, ottobre potrebbe tradizionalmente coincidere con una nuova fase di appesantimento quantificabile nel 5 % rispetto gli attuali valori, nell’attesa che a partire da novembre, vi siano altri elementi da scontare, a partire dalla nuova amministrazione statunitense.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg