I dubbi concernenti l’opportunità del cambio di rotta impresso dalla Fed alla propria politica monetaria lo scorso dicembre, si stanno rapidamente concretizzando. L’impressione che si sia agito più per salvaguardare la credibilità dell’istituzione, piuttosto che sulla base di valutazioni fondamentali, emerge chiaramente dalle recenti dichiarazioni del Governatore Yellen, dettasi preoccupata del raffreddamento congiunturale sia domestico sia internazionale e delle revisioni al ribasso degli utili aziendali stimati. Quindi la Banca Centrale USA sembra aver ampliato il proprio mandato istituzionale andando a considerare anche la congiuntura internazionale, con la conseguente attrazione della parità esterna del dollaro nel quadro valutativo. In pratica senza una correzione al ribasso del valore del biglietto verde, risulta difficile prevedere un recupero della congiuntura internazionale fortemente dipendente dall’ andamento delle economie emergenti. Il fatto poi che le attese degli addetti ai lavori sul rialzo del costo del denaro USA, siano passate dai 4 interventi previsti per il 2016, a due , mentre ora si ipotizza addirittura una moratoria fino alle elezioni presidenziali, sottintende un valore più basso per il dollaro. Probabilmente per questo motivo, si rileva una ripresa dei flussi di liquidità verso alcune piazze asiatiche quali Tailandia, Singapore, Malesia, Filippine e Corea, mentre la Cina ha almeno fatto registrare una diminuzione del deflusso mensile di riserve valutarie passato da più di 100 miliardi di dollari al mese a circa 50 a marzo. Comunque la banca centrale cinese, PBOC, non ha ancora allentato la propria politica monetaria anche se appare lecito ritenere che il PIL cinese non cresca al 7% come indicato ufficialmente, ma più verosimilmente nell’ordine del 3-4 % in termini reali.
Per un economia impegnata a diventare sempre meno dipendente dalle esportazioni e più orientata allo sviluppo del consumo interno, tale contrazione congiunturale ha la stessa valenza di una recessione alle nostre latitudini, richiedendo una pronta risposta del governo e delle autorità monetarie. La lacunosa risposta cinese a tale problema sta condizionando negativamente anche la congiuntura nipponica, entrata anch’essa in una moderata fase recessiva a dispetto di tutti gli sforzi fatti dal governo negli ultimi due anni. Quindi la forte dipendenza dell’economia giapponese rispetto quella cinese ed il recente rafforzamento dello yen rispetto al dollaro, lasciano pochi dubbi sul fatto che la borsa di Tokyo non presenti una particolare attrattiva. Riassumendo si potrebbe ipotizzare che durante il recente G20 di Shanghai vi sia stato un dietro le quinte che ricordi l’accordo del Hotel Plaza di antica memoria, volto a rivitalizzare gradualmente le disastrate economie emergenti tramite il rialzo del valore delle materie prime indotto dal ridimensionamento della divisa USA. Alla luce di questa ipotesi, le opportunità d’investimento mobiliare più convincenti in termini sia di valutazione sia di potenziale, sono rappresentate dalle obbligazioni societarie in valuta locale e dalle azioni, emesse e quotate nei paesi emergenti, soprattutto quelli asiatici già menzionati. Infatti soprattutto in Europa, ma parzialmente anche oltre Atlantico, i rendimenti del reddito fisso hanno subito una compressione tale che non giustifica più in alcun modo, l’assunzione di rischio che tali impieghi comunque comportano, mentre sul fronte azionario gli indici statunitensi sono poco lontani dai massimi storici mentre quelli europei hanno messo a segno un recupero stentato nonostante il marcato sostegno derivante dalle recenti decisioni della BCE. Il forte recupero messo a segno dagli indici USA a marzo non si spiega solo con il rimbalzo tecnico che normalmente segue una fase di ipervenduto, sembra piuttosto scontare degli elementi fondamentali positivi difficilmente riscontrabili, visto che stessa FED risulta dubbiosa sulla congiuntura statunitense. I nodi verranno al pettine a fine aprile con i primi risultati trimestrali delle aziende che rischiano di essere molto deludenti e coincidenti con una marcata diminuzione degli acquisti di azioni proprie da parte delle società quotate. Per i listini europei lo scenario appare simile, se non peggiore, visto che il recupero è stato modesto e lo scenario prospettico potrebbe peggiorare in relazione alla graduale perdita di valore del dollaro. Quindi la fase ribassista avviatasi moderatamente lo scorso agosto ed entrata nel vivo a dicembre, non ha ancora esaurito la propria spinta che potrebbe accentuarsi a fine primavera.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
