L’indice borsistico globale MSCI ha perso in febbraio l’8%, concentrando la discesa nelle ultime sette sedute del mese borsistico, un risultato peggiore di quanto avvenuto nel dicembre 2018. Quanto repentino sia stato il cambio di rotta dei listini si evince considerando che durante il medesimo mese si sono registrati i massimi storici per alcuni tra i principali indici. L’offerta ha preso prepotentemente il sopravvento all’indomani delle stime degli addetti ai lavori relative alle conseguenze che la diffusione del virus Covid – 19 avrà sulla dinamica del PIL di alcune importanti aree economiche.
La Cina, classificata come seconda economia mondiale in termini di PIL, circa 13 trilioni di dollari contro i poco più di 20 degli USA, potrebbe veder dimezzata la propria crescita reale nel primo semestre al 3% annualizzato, come testimonia l’indice PMI crollato al 35,7%, senza contare i tempi tecnici per riportare successivamente a regime il proprio apparato produttivo. Intanto il patogeno si sta diffondendo a livello mondiale, quindi altre economie del G 8, che rappresentano più del 50% del PIL globale, subiranno il doppio contraccolpo del rallentamento indotto dalle misure di contenimento del virus e dalla brusca interruzione della filiera di approvvigionamento di semilavorati provenienti dai due paesi asiatici più colpiti, Cina e Corea del Sud. Quindi l’ultima stima del PIL mondiale 2020 indica una riduzione dell’1%, destinata ad ulteriori riduzioni, passando dal 3,3% al 2,3 %, pari ad una minor crescita annuale di circa 850 miliardi di dollari. Risulta quindi comprensibile che gli investitori internazionali abbiano dovuto rivedere la propria propensione all’investimento azionario, le cui quotazioni scontavano una moderata crescita congiunturale per l’anno in corso, procedendo a massicce vendite di titoli.
Le perdite subite in poche sedute dagli indici mondiali sono simili percentualmente, nel senso che l’offerta non ha fatto distinzioni tra borse espressione di paesi fortemente contagiati dalla sindrome simil-influenzale e piazze di nazioni che ancora non presentano contagi rilevanti, a significare che esiste una generalizzata sfiducia sulla possibilità che il contagio venga contenuto. Un altro elemento che stigmatizza la criticità del momento borsistico è l’irrilevanza manifestata dall’analisi tecnica, nel senso che i cosiddetti livelli di supporto dei diversi indici hanno ceduto nel breve volgere di pochi istanti, senza offrire la minima resistenza all’ondata di vendite. In effetti il mercato USA alla riapertura delle contrattazioni settimanali ha messo a segno un marcato rimbalzo tecnico riportandosi a ridosso dei supporti, grazie all’attesa, poi confermata, di un ribasso nel tasso guida USA dello 0,5 %. Questo ha permesso all’indice VIX, che rileva la volatilità, di passare da un preoccupante livello di quasi 50 toccato la scorsa ottava, al 30 registrato in seduta ieri, rispetto al 14 di inizio febbraio. Comunque la rottura di importanti supporti tecnici degli indici intervenuta in precedenza, non consente di poter ritenere esaurita la fase ribassista di breve termine. I principali indici avevano perso tra il 12 % ed il 14 % rispetto ai recenti massimi di periodo, per poi recuperare circa un terzo del terreno perduto, ma solo sulla scia dell’ennesimo intervento della FED e delle notizie provenienti dal fronte elettorale USA. Quindi non ci si trova in presenza di una fisiologica correzione di una fase rialzista ma, bensì, di un movimento ribassista di più ampio respiro. Considerato che la fase rialzista dei mercati avviatasi nel gennaio 2019 è stata totalmente sostenuta dalle immissioni surrettizie di liquidità delle banche centrali, e che queste misure monetarie hanno ampiamente dimostrato a partire dal 2008, la loro scarsa efficacia per risollevare la congiuntura, non vi sono altri elementi positivi all’orizzonte che le borse possano scontare, salvo qualche sorpresa sul fronte dei vaccini.
Ne consegue che il ribasso borsistico potrebbe continuare nel breve termine all’interno di un’ampia fascia di oscillazione, che funga da base per un recupero quando la crisi sanitaria sarà superata, quantificabile per lo S&P 500 tra gli estremi di 3150 e 2700 punti, mentre per l’Eurostoxx 50 si stima tra i 3600 ed i 3100 punti. Di certo, l’ennesima epidemia proveniente dall’Asia degli ultimi cento anni, sancirà un ripensamento generale del concetto di globalizzazione per come si è andato sviluppando dal 1989, accelerando la tendenza verso la de-globalizzazione, i cui prodromi si sono già visti tramite la guerra dei dazi voluta dall’attuale amministrazione USA.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
