Osservatorio Mobiliare – 137

Durante questo primo scorcio di estate, i principali indici azionari mondiali hanno proseguito nel movimento laterale che li caratterizza da fine primavera, confermando l’ipotesi di lavoro che ci si trovi in presenza di una fase di accumulazione. 

Prendendo ad esempio l’indice USA S&P 500, si rileva che lo stesso rimane ridossato alla parte alta della fascia di oscillazione, con il chiaro intento di portarsi in prossimità della resistenza tecnica posta sul livello del massimo storico, a quota 3380 punti. A quel punto l’andamento grafico dell’indice presenterebbe una figura di doppio massimo, che comporterebbe o una correzione di una certa importanza oppure un superamento di tale quota con un nuovo massimo come obiettivo. Comunque per determinare con maggiore certezza la tendenza di breve bisognerà attendere settembre quando saranno disponibili dati più attendibili sulla congiuntura del prossimo anno. Questo tentativo verso il doppio massimo, sostenuto da una domanda costante di impieghi azionari favoriti dall’ingente liquidità presente nei sistemi finanziari, appare destinato al successo, perché, a dispetto delle apparenze, le valutazioni azionarie rimangono ragionevoli.

Tra gli addetti ai lavori, si sarebbe fatta strada l’opinione che ci si trovi in presenza di una bolla speculativa paragonabile a quella che si verificò nel 2000 a causa dell’euforia sulle società attive sulla rete, mentre la realtà risulta molto diversa rispetto allora. Infatti se si rapportano le attuali valutazioni borsistiche con la liquidità globale, le stesse appaiono ragionevoli. Gli attivi finanziari globali, detenuti dal settore privato, valgono circa 253 trilioni di dollari, di cui le azioni rappresentano il 27 %, le obbligazioni il 45% e la liquidità un altro 28 %. Se alla liquidità del settore privato si aggiunge quella delle banche centrali si arriva a 139 trilioni di dollari. Quindi il rapporto tra il valore degli impieghi borsistici totali e la liquidità globale è oggi del 50 %, leggermente al di sotto delle media storica, mentre nel 2000 valeva l’86%, quindi risulta scontato del 40 %.  Inoltre le azioni sono un attivo finanziario durevole, come le obbligazioni, che però risultano fortemente sopravalutate, al punto che, storicamente, si ricorda solo un periodo in cui erano più care di oggi, alla fine degli anni 70, prima che l’allora Governatore della FED, Volcker, attuasse un marcato irrigidimento monetario. Anche l’alternativa degli impieghi monetari in dollari risulta ora meno appetibile, vista la rottura tecnica sofferta dal cambio non solo verso l’euro, che presenta tutte le caratteristiche di un’inversione della tendenza di fondo che ha favorito il biglietto verde dal lontano 2008. Accettando questa tesi, si profilano scenari costruttivi per gli impieghi il cui valore risulta correlato negativamente al cambio del dollaro, quali i titoli azionari asiatici, l’oro e, più in generale, le materie prime.

Infatti, complici le analoghe misure monetarie prese da tutte le banche centrali mondiali per fronteggiare le conseguenze economiche del Covid-19, per la prima volta negli ultimi 8 anni, i sistemi finanziari asiatici stanno conoscendo un forte incremento della liquidità disponibile. Il motivo è riconducibile a tre fattori, l’indebolimento del dollaro che favorisce i flussi monetari di ritorno verso queste economie, la sterilizzazione di questi flussi da parte delle autorità monetarie locali per limitarne l’impatto sulla parità esterna delle proprie divise e l’allentamento della politica monetaria cinese volta ad incoraggiare il sistema bancario domestico ad aumentare gli impieghi. Inoltre esaminando i dati sull’ esposizione degli investitori internazionali verso l’area borsistica asiatica, si rileva una loro sostanziale sottoesposizione, che aggiunta alla tradizionale ciclicità delle borse asiatiche, molto dipendenti dagli andamenti congiunturali occidentali attualmente in recupero, sembrerebbero favorire questi investimenti.

Anche l’oro, nonostante il marcato progresso da inizio anno, quantificabile nel 30 %, presenta ancora un significativo potenziale di apprezzamento, non solo grazie alla relazione inversa rispetto al dollaro, ma per un motivo fondamentale costituito dalla correlazione del suo valore rispetto al livello della liquidità presente nel sistema finanziario. In pratica la liquidità trascina al rialzo il prezzo dell’oro ed è funzione del livello d’indebitamento del sistema globale, che essendo valutato oggi nel 370% del PIL USA, richiede un ulteriore, massiccia monetizzazione che spingerebbe il valore del metallo giallo verso quota 2500 dollari all’oncia nel 2021 per rientrare nella media statistica del periodo 1915 – 2020.tendenza di fondo che ha favorito il biglietto verde dal lontano 2008. Accettando questa tesi, si profilano scenari costruttivi per gli impieghi il cui valore risulta correlato negativamente al cambio del dollaro, quali i titoli azionari asiatici, l’oro e, più in generale, le materie prime. Infatti, complici le analoghe misure monetarie prese da tutte le banche centrali mondiali per fronteggiare le conseguenze economiche del Covid-19, per la prima volta negli ultimi 8 anni, i sistemi finanziari asiatici stanno conoscendo un forte incremento della liquidità disponibile. Il motivo è riconducibile a tre fattori, l’indebolimento del dollaro che favorisce i flussi monetari di ritorno verso queste economie, la sterilizzazione di questi flussi da parte delle autorità monetarie locali per limitarne l’impatto sulla parità esterna delle proprie divise e l’allentamento della politica monetaria cinese volta ad incoraggiare il sistema bancario domestico ad aumentare gli impieghi. Inoltre esaminando i dati sull’ esposizione degli investitori internazionali verso l’area borsistica asiatica, si rileva una loro sostanziale sottoesposizione, che aggiunta alla tradizionale ciclicità delle borse asiatiche, molto dipendenti dagli andamenti congiunturali occidentali attualmente in recupero, sembrerebbero favorire questi investimenti. Anche l’oro, nonostante il marcato progresso da inizio anno, quantificabile nel 30 %, presenta ancora un significativo potenziale di apprezzamento, non solo grazie alla relazione inversa rispetto al dollaro, ma per un motivo fondamentale costituito dalla correlazione del suo valore rispetto al livello della liquidità presente nel sistema finanziario. In pratica la liquidità trascina al rialzo il prezzo dell’oro ed è funzione del livello d’indebitamento del sistema globale, che essendo valutato oggi nel 370% del PIL USA, richiede un ulteriore, massiccia monetizzazione che spingerebbe il valore del metallo giallo verso quota 2500 dollari all’oncia nel 2021 per rientrare nella media statistica del periodo 1915 – 2020.

Nicola Bravetti       Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”