Il secondo anno borsistico caratterizzato dalla pandemia da Covid-Sars 2, si è concluso con un andamento particolarmente favorevole per la maggioranza degli indici, a differenza di quello dell’anno che lo ha preceduto, che era stato caratterizzato dallo scoppio del virus. Le borse dei paesi sviluppati hanno fatto registrare progressi a due cifre, compresi tra il 15 % ed il 30 %, mentre le piazze emergenti, soprattutto quelle asiatiche, hanno sotto per formato o particolarmente deluso come nel caso del listino cinese, che ha registrato una perdita del 13 %.
Gli indici USA terminano l’anno con un rialzo del 26.9 % per lo S&P 500, del 18.7% per il DJI e del 21.4 % per il Nasdaq mentre in Europa ha primeggiato la borsa francese con un rialzo nell’ordine del 29 %, seguita da Milano con 23 %, Francoforte con 16 % e Londra con 14 %. La borsa nipponica chiude a metà strada tra il negativo risultato cinese ed i forti rialzi occidentali con un progresso contenuto dell’6 %.
Tali risultati sono certamente funzione della convinzione da parte degli investitori internazionali che la crescita congiunturale si normalizzasse tornando gradualmente al livello pre Covid, ma il prerequisito per finanziare la domanda azionaria rimane il livello di liquidità delle banche centrali, che risulta la componente dominante della liquidità globale. Il nuovo anno inizia all’insegna di intenzioni divergenti da parte delle tre principali banche centrali mondiali, con la FED che ha già comunicato che ridurrà moderatamente il proprio bilancio ed alzerà gradualmente il costo del denaro, la BCE che intende praticare una politica monetaria neutrale e la PBOC che invece usa la politica monetaria in funzione della stabilità del cambio.
Con queste premesse si dovrebbe assistere ad un aumento della volatilità degli indici azionari, con gli istituti d’emissione alle prese con il dilemma se sostenere la congiuntura con una strategia accomodante oppure se preoccuparsi della recrudescenza inflattiva attuando un approccio restrittivo. Le indicazioni più recenti sembrano propendere per la prima ipotesi, visto che il Governatore della FED, Powell, a metà dicembre, ha dichiarato che nonostante il saggio di rincaro abbia superato la soglia del 2% reale, risulta appropriato mantenere il tasso guida tra lo 0 % ed il 0,25 % per raggiungere l’obiettivo della piena occupazione. Quindi negli USA si potrebbe assistere ad un fenomeno già verificatosi negli anni ’70, con il predominio della politica fiscale rispetto a quella monetaria, dove quest’ultima si riduce a finanziare
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
