OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 168

La mini crisi bancaria avviatasi negli USA al termine della prima ottava di marzo, ha messo la parola fine a qualsivoglia velleità restrittiva da parte delle banche centrali internazionali.

A ben vedere già dallo scorso novembre i dati mensili relativi ai principali istituti d’emissione, FED e PBOC, registravano una stabilizzazione dei rispettivi bilanci, a significare che la tanto conclamata fase di irrigidimento monetario, oltre ad essersi rilevata molto più blanda del previsto, era già giunta al temine dopo 12 mesi. La crisi di liquidità delle banche regionali USA e l’episodio illuminante relativo al Credit Suisse, hanno sgomberato il campo da ogni possibile dubbio sul fatto che ridurre la liquidità nei sistemi bancari in presenza di un indebitamento mondiale prossimo ai 350 trilioni di dollari, fosse impraticabile. In pratica il pragmatico approccio delle autorità monetarie da marzo segue una politica dicotomica, nel senso che da un lato si è moderatamente proseguito ad alzare il costo del denaro in chiave antinflativa, mentre dall’altro si è avviato una nuova fase di monetizzazione del debito, QE 6, testimoniato dal significativo aumento negli ultimi due mesi dei totali di bilancio della FED e della PBOC.

All’osservazione fatta da alcuni addetti ai lavori sia sull’obiettivo degli interventi, salvataggi bancari, sia sulla tattica mordi e fuggi degli stessi, che non permetterebbero a questa fase di venir paragonata ai precedenti QE, si potrebbe obiettare che anche tutti gli interventi succedutisi dal 2009 hanno interessato i sistemi bancari, creando una forte inflazione monetaria che ha spinto al rialzo le quote azionarie. L’inflazione tradizionale dopo il 2009 invece non era aumentata grazie al rallentamento della velocità di circolazione della moneta che invece è aumentata dopo gli interventi per fronteggiare il Covid, ma recentemente è nuovamente diminuita in seguito alle difficoltà del sistema bancario USA. Se sul fronte del saggio di rincaro la situazione appare sotto controllo, risulta invece abbastanza comprensibile che questa nuova fase di creazione di liquidità venga dosata con molta attenzione, in quanto si cerca di ottenere un atterraggio morbido delle congiunture, e quindi, considerando il notevole scostamento temporale tra l’attuazione di una manovra monetaria ed i suoi riflessi sulla dinamica economica, ad un mese di marzo caratterizzato da una forte creazione di liquidità sono seguite alcune settimane di relativo rientro della stessa. La vera differenza con il decennio precedente si riscontra nella concorrenza che i rendimenti del reddito fisso tornati a livelli soddisfacenti, almeno sul piano nominale, possano fare agli impieghi azionari.

Rimando nell’ambito della politica monetaria, la data della crisi della banca statunitense SVB, l’8 di marzo, coincide anche con il previsto utilizzo da parte della FED dello strumento dello YCC, controllo della curva dei rendimenti, ben testimoniato dal fatto che la stessa da allora abbia conosciuto una diminuzione della propria inclinazione negativa di 50 punti base, facendo passare il divario tra i rendimenti a due anni e quelli a 10 anni a circa 60 punti base rispetto ai 110 di fine febbraio. Già dallo scorso dicembre i principali indici di borsa hanno iniziato a scontare l’ipotesi che l’irrigidimento monetario volgesse al termine, come testimonia la loro positiva dinamica fino alle idi di marzo. Con la mini crisi bancaria si è avviato un movimento laterale degli stessi, che sono risultati in grado di non violare i supporti tecnici di prossimità, ma che pone agli investitori il dilemma se si tratti di una fase di accumulazione piuttosto che di distribuzione. La risposta si può trovare valutando le due variabili macroeconomiche che maggiormente influenzeranno i mercati mobiliari nel prosieguo dell’anno, la dinamica inflativa e la tenuta della congiuntura, considerato che al momento sembra prevalere l’ipotesi di un graduale rientro della prima mentre le probabilità di assistere ad una, anche modesta, recessione negli USA quest’anno, appaiono alquanto remote, si pensi solo al miglioramento del mercato del lavoro ad aprile. Quindi si potrebbe concludere che ci si trovi in una fase tecnica di accumulazione, che verrebbe negata solo nel caso di un rottura del supporto collocato a quota 3950 punti dell’indice S&P 500. Tale ipotesi, che contrasta con la tradizionale debolezza dei mercati azionari a maggio, troverebbe conferma anche nella dinamica della domanda, che dopo essersi concentrata durante il primo scorcio dell’anno sui valori a larga capitalizzazione, sembra ora aver ruotato verso i titoli medi e minori.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

“Quanto riportato non puo’ – ne potrà essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”