Il periodo estivo sui mercati mobiliari internazionali ha visto venire al pettine, il nodo della curva dei rendimenti obbligazionari, invertita. In questa sede già lo scorso autunno si era osservato che ritenere prossima una recessione economica utilizzando l’inclinazione della curva degli interessi a lungo termine, rischiava di risultare fuorviante, in quanto la stessa è quasi totalmente condizionata dalla componente di sconto della durata, fortemente negativa. Il discorso vale soprattutto per le emissioni sovrane in quanto il loro rendimento dipende solo dal tasso guida e dal premio di durata essendo il premio di rischio irrilevante. Quindi la volatilità dei corsi obbligazionari sovrani, soprattutto in dollari, nelle scorse ottave è risultata molto elevata con una dinamica ribassista.
Questo proprio perché gli investitori stanno riconsiderando il periodo temporale riguardante il mantenimento di un elevato livello del tasso guida che all’inizio dell’estate, sempre riguardo il dollaro, era di circa 18 mesi, ed oggi si colloca sui 3 anni. Per intenderci, se oggi il tasso guida del dollaro, quello offerto dai fondi della Riserva Federale, si situa tra il 5,25% ed il 5.5%, ed il tasso sulle obbligazioni statali a 10 anni si colloca a ridosso del 4%, la componente negativa del 1,5 % è tutta costituita dal premio di durata ( Term premium ), che si trova sui minimi storici in quanto il mercato ritiene ancora che i tassi a lungo termine si trovino sui massimi per i prossimi anni. Ma se le banche centrali non daranno immediati segnali che le manovre di rialzo dei costi del denaro in chiave antinflativa siano giunte al termine, il premio di durata dei decennali potrebbe aumentare di 100 punti base portandone il rendimento AL 5%. Questa volatilità dei corsi di segno negativo, avrebbe come importante conseguenza, già osservata a partire da fine luglio, un minore valore dei titoli usati quali collaterali nel mercato del credito, la crisi di marzo negli USA insegna, con un impatto fortemente negativo sulla liquidità del sistema, non solo statunitense ma globale. Infatti si stima in 170 trilioni di dollari la liquidità complessiva, di cui 100 trilioni costituiti dalla cosiddetta massa monetaria ombra, composta dai titoli sovrani messi a garanzia, quindi collaterali, e dalla liquidità delle banche centrali.
Quasi il 50 % di questa massa è costituita da titoli statali USA, quindi l’impatto di una loro perdita di valore risulta molto significativo, in quanto se diminuisce il montante della massa ombra, bisogna far fronte alle necessità d’impiego utilizzando la liquidità del sistema, che diminuisce con negative ripercussioni sui mercati azionari. Il problema che, in particolare la FED ed il Tesoro USA, devono affrontare, risulta ulteriormente complicato da fattori contingenti, quali il forte aumento delle emissioni di titoli per far fronte al costante peggioramento del disavanzo statale, quantificabili nel 4% annuo per i prossimi 15 anni, che porterebbe il rapporto debito/ PIL al 200 % rispetto l’attuale circa 100%. Naturalmente anche la recente, marginale, riduzione della qualità del debito voluta dall’agenzia Fitch, ha avuto un suo ruolo, ma il fattore che risulta di gran lunga più rilevante è costituito dalla possibilità che gli Stati Uniti e la Cina abbiano di recente rivisitato le proprie strategie valutarie. Bisogna chiedersi perché il ministro del Tesoro USA, Mrs. Yellen, a luglio si sia trattenuta ben 4 giorni in vista nel paese, seguita poi dall’ex Consigliere Nazionale Kissinger, in concomitanza delle forti pressioni sul cambio tra Yuan e dollaro, che ha rotto la fatidica soglia di 7 verso il dollaro. Si tratta della conferma che gli accordi di Shanghai, già entrati in crisi all’inizio del 2022, risultano totalmente superati non avendo permesso allo Yuan di diventare la moneta pan- asiatica da contrappore al biglietto verde. Il sospetto è che si sia trattato di un fallimento pilotato da Washington, nel senso che lo yen è stato utilizzato come un cavallo di troia, forzando Tokyo a perseverare nel proprio YCC con i titoli di stato che rendono zero, con il risultato che la moneta nipponica ha perso il 30 % rispetto lo yuan.
Considerato che il Giappone è il maggiore partner commerciale della Cina, la banca centrale ha dovuto seguire il cambio della valuta nipponica al ribasso. Gli accordi ufficiosi di luglio potrebbero contemplare una svalutazione importante dello Yuan, anche del 15 %, a fronte di un impegno a reinvestire in titoli di stato USA, dopo i massicci disinvestimenti legati alla difesa dello Yuan sul mercato dei cambi. Per quanto riguarda gli indici di borsa, in attesa di indicazioni incoraggianti da parte delle banche centrali, gli indici potrebbero iniziare l’autunno appesantendosi moderatamente a ridosso dei prossimi supporti tecnici, che nel caso del S&P 500 si collocano alle quote di 4325 e 4200 punti.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
