Il mese borsistico di settembre ha coinciso con l’avvio di un appesantimento dei principali indici mondiali compreso tra il 5% ed il 10 % rispetto i precedenti massimi di mezza estate, atteso dagli addetti ai lavori vista la situazione tecnica di iper comperato formatasi a partire da inizio anno. Infatti prendendo ad esempio l’indice USA S&P 500 si erano indicati due livelli di supporto alle quote 4325 punti e 4200 punti quali obiettivi dell’eventuale moderato ribasso.
L’indice ha sfiorato quest’ultimo supporto a significare una correzione di circa l’8% dal massimo di luglio, rimbalzando alla fine della scorsa ottava fino a quota 4300. Le preoccupazioni insorgono perché contestualmente il dollaro ha continuato a rafforzarsi, avendo facilmente ragione del supporto tecnico dell’Euro collocato a quota 1.06, proponendo una nuova fascia di valorizzazione fino alla resistenza di 1,03. Ma l’elemento più preoccupante riguarda il rendimento del titolo di stato decennale USA, passato in un mese da circa 4,25% all’attuale 4,80 %, avvicinandosi al rendimento del 5% considerato foriero di rinnovati problemi per il sistema creditizio americano a causa della diminuzione del valore del capitale di vigilanza impiegato in titoli di stato consolidati. Il problema è noto dall’indomani della crisi bancaria di marzo, ma gli auspicati segnali da parte della FED che la prolungata fase di rialzo del costo del denaro in chiave antinflativa fosse giunta al termine, a oggi latitano totalmente. Il rendimento del decennale USA è salito in un mese di circa 60 punti base principalmente perché si sta gradualmente alzando la componente premio di durata insita nel tasso d’interesse offerto, a causa della convinzione che la FED manterrà il tasso guida agli attuali livelli per almeno 18 mesi.
A questo si aggiunge il massiccio fabbisogno di finanziamento del Tesoro che deve rifinanziare 5 trilioni di dollari di buoni a corto termine e 3,6 trilioni di obbligazioni nei prossimi 15 mesi, pari al 35% di tutto il debito pubblico in essere, e dovrà anche trovare la copertura dei 2 trilioni relativi al disavanzo d’esercizio. All’attuale tasso vicino al 5% il servizio di questo massiccio debito sarebbe pari a 550 miliardi annui, con un aumento dell’80% rispetto quello corrente. La recente pubblicazione del dato USA sulle ore lavorate in settembre, risultato più elevato delle stime, e compatibile con una crescita del PIL annualizzato nell’ordine del 3%, allontana qualsivoglia ipotesi di un ripensamento della FED. A contrastare le implicazioni negative dell’ulteriore rialzo dei tassi a lungo termine offerti dal dollaro e la conseguente forza del biglietto verde, si rilevano solo i primi timidi segnali di una ripresa congiunturale in Cina, favorita dal previsto cambio di politica monetaria testimoniato dall’immissione nel proprio sistema di 2,6 trilioni di yuan (350 miliardi di $ ) da parte della PBOC negli scorsi due mesi, rispetto al nulla di fatto del semestre precedente. Premesso che questo, seppur significato sviluppo, già poteva non essere sufficiente a mantenere l’indice S&P 500 sopra il supporto dell’area 4180/4200 punti, con il rischio di scendere verso l’area 4050/4000, nelle scorse ore è scoppiata in Palestina una crisi geo-politica di carattere militare, le cui implicazioni di breve e medio termine sono al momento inintelligibili. La prima reazione a caldo è stata una contenuta ripresa nel prezzo del barile di petrolio, che nelle scorse sedute aveva ceduto parzialmente terreno, a beneficio della tendenza di breve dei listini internazionali. In generale gli indici di borsa non stanno registrando una particolare volatilità, ma le tante incognite sul tappeto a cominciare da un eventuale operazione terrestre dell’esercito israeliano piuttosto che il coinvolgimento di uno stato limitrofo, devono indurre alla massima prudenza consigliando un alleggerimento parziale dell’esposizione azionaria in generale.
Si tratta comunque di una tattica di breve termine, volta ad utilizzare il probabile aumento della volatilità per accumulare posizioni azionarie d’investimento a quotazioni più favorevoli di quelle attuali, probabilmente già entro novembre, quando si saranno delineati i reali contorni della crisi in corso. Nel comparto obbligazionario sia in dollari sia in euro, conviene rimanere focalizzati su scadenze medie di tre anni mentre appare interessante il prezzo dell’oncia d’oro, che nel medio termine potrebbe beneficiare di una recrudescenza dell’inflazione monetaria, indotta dall’imprescindibile correzione della politica monetaria delle banche centrali.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
