Se un investitore alieno arrivasse sulla terra ed esaminasse la dinamica dell’indice di borsa S&P 500 di quest’anno non si capaciterebbe del fatto che lo stesso sia salito quasi del 20%. Infatti, da quasi un biennio la maggioranza delle analisi degli addetti ai lavori a livello globale indicavano imminente una recessione economica indotta dal marcato aumento del costo del denaro deciso dalle banche centrali in chiave antinflativa.
Invece la congiuntura USA quest’anno cresce ad un saggio reale vicino al 3 %, quella europea ad un tasso stimato dell’1,3 % nonostante la recessione tecnica in Germania e la Cina si mantiene a ridosso del 5% di crescita del PIL, valore modesto rispetto ai passati esercizi, ma ben lontano da una crisi congiunturale. Vi sono diverse spiegazioni per comprendere la recente dinamica dei mercati azionari, non solo statunitensi, che derivano da un comune denominatore, il livello della liquidità presente nei singoli sistemi finanziari. Quanto maggiore essa sia, tanto aumenta la propensione al rischio degli investitori che quindi si orientano verso gli impieghi azionari. In pratica il circolo virtuoso vede inizialmente un aumento della liquidità sistemica seguito da un apprezzamento dei valori azionari e quindi da un miglioramento dell’andamento congiunturale dell’economia. Infatti la borsa è un meccanismo di sconto della crescita economica futura, quindi la sua dinamica precede e non segue quella fondamentale. Basti pensare che uno dei componenti del super indice precursore della congiuntura USA è l’indice S&P 500.
La borsa nel 2023 ci sta dicendo che non vi sono timori recessivi nel breve termine e questo spiega il suo graduale apprezzamento a partire dall’ottobre 2022. Non a caso è proprio da tale data che le banche centrali hanno modificato la propria politica monetaria da restrittiva che era, ad espansiva, con molta gradualità ed anche a fasi alterne, comunque questo nuovo ciclo di allentamento creditizio sembra destinato a proseguire, se il passato insegna, fino a buona parte del 2025. Un’altra spiegazione per l’errato consenso congiunturale dell’ultimo biennio risiede nell’equivoco relativo all’inclinazione delle curve dei rendimenti obbligazionari sia in Euro sia in Dollari, che sono diventate gradualmente molto negative apparentemente per il marcato aumento dei tassi a breve deciso dalle autorità monetarie, ma nella realtà a causa del forte indebolimento del premio di durata insito nei rendimenti a lungo termine. Questa componente negativa del tasso ad inizio anno detraeva ben 150 punti base nel caso dei titoli di stato decennali in dollari, falsando la curva che solitamente starebbe ad indicare un prossimo raffreddamento congiunturale, ma che senza questa anomalia sarebbe risultata sostanzialmente piatta, quindi neutra nell’accezione congiunturale. Infatti, a partire da inizio estate il premio di durata è andato costantemente aumentando, sempre in relazione alle previsioni inflazionistiche, portando il decennale USA a rendere il 5%, quindi quasi appiattendo la curva. I recenti dati mensili sull’inflazione tendenziale sulle opposte sponde dell’Atlantico modificano in senso positivo lo scenario prospettico per i mercati mobiliari, nel senso che si potrebbe arrivare all’obiettivo del 2 % di inflazione al netto dell’energia e dell’alimentare, già a metà 2024.
Se ciò fosse il caso, si potrebbe assistere a ribassi del costo del denaro entro il prossimo anno. Questa novità spiega il calo del rendimento decennale in dollari passato del 5% al 4,5%, anche se il lungo termine non presenta un particole potenziale di apprezzamento in conto capitale, in quanto il forte bisogno di finanziamento non solo del governo statunitense, non permette di prevedere significative riduzioni nei rendimenti consolidati. In questo quadro si può inserire anche il dollaro entrato in una momentanea fase correttiva che ha visto violati sia i supporti a quota 1.06 ed 1.09 verso l’euro, ma che con il nuovo anno potrebbe ritrovare vigore, complice la combinazione di una politica fiscale accomodante, sempre meno mitigata dalla FED, che attrae capitali esteri e del forte incremento della liquidità del settore privato, favorita dal recupero dei margini di profitto delle aziende americane. Forzando la tesi, se il biglietto verde tornasse a rafforzarsi, l’effetto disinflativo sull’economia potrebbe indurre la Fed a ridurre il costo del denaro prima del previsto, con un ulteriore effetto positivo per la borsa, dove prediligere i ciclici ed i finanziari. Intanto sotto il profilo tecnico l’indice S&P 500 risulta ipercomperato, orientato a chiudere l’anno sugli attuali livelli, mentre l’ultima occasione in questo ciclo per una correzione si colloca nel primo trimestre 24, ma solo in caso di sorprese negative sui temi congiuntura ed inflazione, che al momento sembrano alquanto remote.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
