Per il terzo anno consecutivo le previsioni relative alla dinamica prospettica dei mercati mobiliari internazionali non possono desumere dall’eventualità o meno che durante l’anno si avvii una recessione congiunturale. Tale ipotesi era già stata ventilata dagli addetti ai lavori nel 2022 e reiterata a livello di consenso generalizzato nel 2023, salvo rivelarsi fino ad ora fallace.
Anche quest’anno si apre con analoghe previsioni di una recessione generalizzata a partire da metà anno, giustificata, come nel biennio precedente, dalla necessità delle banche centrali di fronteggiare il potenziale inflativo tramite una politica monetaria restrittiva, dall’ atterraggio morbido della congiuntura europea, dalle difficoltà della Cina ad uscire dalla propria spirale deflativa, dall’impossibilità che l’economia USA sia in grado di mantenere la crescita del PIL nominale del 2023, pari al 6% e dal segnale recessivo proveniente dall’inclinazione negativa della curva dei rendimenti sia in dollari sia in euro. Per provare a confutare questa tesi recessiva dominante, si può partire proprio da quest’ultimo indicatore la cui tradizionale validità previsionale risulta fortemente inficiata dall’anomalo livello del premio di durata delle obbligazioni statali USA. Nella pratica, scomponendo la cedola obbligazionaria si rilevano tre parti della stessa, costituite dalla prioritaria relazione diretta con il tasso di sconto, dal premio di rischio, insignificante per i titoli statali e dal premio di durata, che il mercato richiede in relazione alle proprie aspettative relative ai tassi a lungo termine.
Secondo logica tale premio dovrebbe crescere in relazione alla durata, ma il suo livello può risultare fortemente distorto da anomalie nell’emissione e nella domanda dei titoli in questione. Già all’indomani della pandemia il premio era diventato ampiamente negativo, salvo tornare in territorio positivo nel 2021, per poi riprendere la sua discesa in relazione alle decisioni monetarie della Fed e del Tesoro USA a partire da fine 2022. Infatti, la scelta dell’autorità di emettere soprattutto buoni a breve termine piuttosto che titoli decennali e l’elevato grado di liquidità del sistema finanziario USA hanno depresso artificialmente il premio di circa 100 punti base, quindi aggiustando l’attuale rendimento del decennale, pari al 4,10%, si andrebbe oltre il 5%, appiattendo la curva che quindi negherebbe l’ipotesi recessiva.
Anche l’affermazione che le principali banche centrali siano state restrittive in un’ottica antinflativa inducendo una probabile recessione, andrebbe presa con beneficio d’inventario visto che dall’ottobre 2022 la FED ha ridotto il proprio bilancio solo di 1000 miliardi sui quasi 9000 del totale iniziale, mentre il mercato si attendeva una riduzione di almeno 2500 miliardi. Inoltre, la banca centrale ha continuato ad immettere liquidità surrettizia tramite il meccanismo dei riporti inversi con il sistema bancario, soprattutto all’indomani della crisi di liquidità delle banche regionali la scorsa primavera, con il risultato che la prevista stretta creditizia risulta marginale. Anche il forte aumento del costo del denaro ha impattato molto meno di quanto atteso la congiuntura statunitense, grazie all’onda lunga della politica fiscale espansiva avviata all’indomani della pandemia che ha permesso alle aziende di ridurre la capacità produttiva a spese dello stato mentre il precedente decennio di costo del denaro quasi azzerato ha permesso di soddisfare i fabbisogni di finanziamento a lungo termine, riducendone considerevolmente la necessità nella fase di rialzo dei tassi. Ma il fattore chiave per la tenuta della congiuntura mondiale è rappresentato dalla possibilità che dopo un triennio di ristagno l’economia cinese ritrovi lo slancio perduto.
Dalla scorsa estate la banca centrale cinese, PBOC, ha modificato radicalmente i propri obiettivi strategici, abbandonando la strenua difesa del cambio dello Yuan verso il dollaro a favore di un suo graduale appesantimento che favorisca le esportazioni e quindi la crescita congiunturale. Quindi è stata creata liquidità per il controvalore di 350 miliardi di dollari già entro lo scorso novembre mentre negli scorsi giorni è stato deciso il taglio di 50 punti base del tasso sulla riserva obbligatoria delle banche che libera circa 140 miliardi di dollari. Inoltre, alla luce del fallimento deciso ad Hong Kong del colosso immobiliare Evergrande, è attesa a breve l’emanazione di una nuova politica governativa sui prestiti immobiliari. Se la scommessa cinese verrà vinta, non vi sarà alcuna recessione mondiale e l’investimento azionario risulterà vincente nel 2024, soprattutto sulle borse emergenti asiatiche.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
