OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 180

La fase tecnica di accumulazione delle quote dei principali indici di borsa avviatasi dopo il “flash crash” di inizio agosto, con il mese di ottobre ha lasciato il posto alla conseguente ripresa delle quotazioni, caratterizzata da una certa gradualità, anche perché gli elementi di incertezza, soprattutto geopolitici, abbondano.

Le certezze invece vengono dalla politica monetaria, orientata in modo accomodante sulle opposte sponde dell’Atlantico, con la FED e la BCE intenzionate a raggiungere l’obiettivo di un atterraggio morbido delle proprie congiunture, compito relativamente più agevole per la Banca Centrale USA, decisamente più gravoso per l’istituto d’Emissione Europeo, alle prese con la recessione tecnica della maggiore economia del Vecchio Continente, quella tedesca. Infatti, ha leggermente sorpreso la recente decisione della FED di ridurre di ben 50 punti base il tasso guida, quando il quadro congiunturale appare tale da necessitare di un taglio di soli 25 punti base, se del caso. A parte il tasso di disoccupazione vicino ai minimi e la borsa che registra costantemente nuovi massimi scontando il positivo andamento dei risultati aziendali, questo marcato taglio non si comprende pienamente considerando la dinamica inflativa. È sicuramente corretto osservare che il fenomeno stia gradualmente rientrando, ma sussiste una carta matta esogena costituita dal fatto che l’economia cinese, alle prese con un prolungato ristagno congiunturale, esporti deflazione verso i paesi occidentali, falsando la reale dinamica domestica del rincaro.

Questa osservazione guadagna rilevanza alla luce di quanto recentemente avvenuto sulla borsa cinese, reduce da un repentino quanto marcato rialzo legato all’attesa di importanti decisioni di politica economica e monetaria che il governo si appresterebbe a prendere per stimolare la domanda interna. Se ciò fosse il caso, l’elemento deflazionistico esogeno verrebbe meno e l’inflazione potrebbe risultare presto meno benigna del previsto. La FED ha probabilmente valutato questa eventualità, quindi si potrebbe ipotizzare che la congiuntura USA non sia così florida come appare e che l’autorità monetaria si attenda un indebolimento della stessa nella seconda metà del prossimo anno. Anche il recente forte rialzo dei rendimenti decennali del debito pubblico statunitense, passati da 3,6% a 4,2%, pur contribuendo all’apparenza a diminuire le probabilità di una recessione, visto che la curva dei rendimenti si è appiattita, nella realtà rappresentano invece un primo passo di normalizzazione della curva che negli ultimi due anni è stata manipolata dalla Fed e dal Tesoro USA.

Infatti, è stato utilizzato uno strumento inusuale di politica monetaria conosciuto sotto l’acronimo di YCC, controllo della curva dei rendimenti, volto a ridurre il costo del servizio del debito, spostando le nuove emissioni di debito lungo la curva in relazione alla sua convessità ed alla domanda del mercato. In questo modo il premio di durata , che è uno dei componenti del rendimento offerto, è stato artificialmente ridotto di circa 100 punti base. Ne consegue che senza questa misura contingente, il rendimento odierno sarebbe superiore al 5%. Gli addetti ai lavori sono stati fuorviati per più di un biennio, interpretando la curva orientata negativamente come un segnale recessivo, mai concretizzatosi.  La curva che oggi risulterebbe ancora negativa , nella realtà sarebbe piatta, e se la FED riducesse ancora due volte di 25 punti base il tasso guida nei prossimi tre mesi, si orienterebbe in modo positivo, spostando di almeno un semestre, quindi nella seconda metà del 2025, la probabilità di una recessione. Sul fronte politico, fra due settimane si svolgeranno le elezioni presidenziali statunitensi, il cui esito secondo gli ultimi sondaggi è quanto mai incerto. Di altamente probabile vi è solo l’esito del voto parziale per il Senato che vedrebbe una prevalenza Repubblicana, mentre forse i Democratici saranno in grado di mantenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti.

Esaminando i margini che i precedenti candidati democratici avevano nei sondaggi prima delle ultime 4 elezioni presidenziali, lo scarto quasi inesistente della Vicepremier Harris non depone a favore di un suo successo. Il moderato rialzo degli indici borsistici USA, sembrerebbe scontare una vittoria dell’ex Presidente Trump, in quanto i colossi della Silicon Valley, che condizionano l’andamento degli indici, hanno recentemente manifestato la propria delusione verso la candidata democratica che avrebbe disatteso le loro aspettative.  

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”