OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 181

Trascorso poco più di un mese dalla vittoria alle elezioni presidenziali USA del candidato repubblicano, D. Trump, si sono già concretizzati diversi elementi valutativi dai quali si possa provare a trarre indicazioni utili sul nuovo corso che caratterizzerà l’economia e quindi il mercato finanziario non solo statunitense.  Il primo beneficiario del cambio di inquilino alla Casa Bianca è risultato essere il dollaro che in poche sedute si è lasciato alle spalle il livello di resistenza tecnica a quota 1,09 rispetto all’euro, per assestarsi sulla successiva area di accumulazione compresa tra 1,05 e 1,06. Questo rapido apprezzamento del biglietto verde ha parzialmente sorpreso gli addetti ai lavori visto che il nuovo Presidente sia in campagna elettorale sia durante il suo precedente mandato non ha mai nascosto la propria preferenza per un cambio competitivo.

Ma giustamente l’esperienza insegna ed il contesto macroeconomico mondiale si è drasticamente modificato nell’ultimo lustro che ha coinciso con eventi straordinari quali la pandemia e l’invasione dell’Ucraina. Il mantra di Trump che si riassume nello slogan “Make America great again”, lascia pochi dubbi sul fatto che la strategia economica sarà pro-crescita, quindi caratterizzata da una politica fiscale accomodante, come nel precedente mandato, e da un approccio monetario più cauto, proprio per compensare eventuali surriscaldamenti della congiuntura favorita da imposte più basse e dalla prevista deregolamentazione amministrativa. Quindi il prevedibile incremento dei flussi di capitali internazionali verso gli USA, attratti dalle rinnovate stime di crescita e dalla modifica delle attese in ordine al costo del denaro, che verosimilmente scenderà meno e più gradualmente di quanto sarebbe accaduto nel caso di una conferma dell’esecutivo democratico, spiega agevolmente il rialzo del dollaro. Per correttezza di analisi bisogna però anche rilevare che l’altra posta del rapporto di cambio, quindi l’euro, si trova in una situazione diametralmente opposta, visto che il ristagno congiunturale della UE, causato in primis dal perdurare della recessione tecnica in Germania, allontana i capitali esteri e porterà la BCE ad accelerare la prevista fase di riduzione del costo del denaro, aumentando la forbice dei rendimenti sulle opposte sponde dell’Atlantico.

Quindi non sembra fuori luogo ipotizzare che nei prossimi mesi il biglietto verde faccia ulteriori, anche significativi, progressi e si riporti a ridosso della parità con la valuta europea. Rimanendo in ambito valutario solo lo yen e la sterlina presentano qualche elemento di supporto nel breve termine, mentre tutte le monete espresse da Paesi che subiranno l’applicazione dei nuovi dazi USA, quali Canada, Messico, Cina ed in generale tutto il settore degli emergenti, risultano penalizzate. Il passo del dollaro potrebbe essere tenuto dal Franco Svizzero, che nonostante la Banca Nazionale continui a ridurre il costo del denaro, orientato a scendere fino ai livelli pre-pandemici, grazie alla benefica dinamica inflativa, appare orientato a posizionarsi sotto quota 90 verso l’euro nella prima metà del prossimo anno. L’ulteriore apprezzamento del dollaro comporta però delle conseguenze di medio termine per i mercati azionari, in quanto tende a ridurre la liquidità sistemica nelle altre economie che non possono allentare la propria politica monetaria dovendo proteggere il cambio delle proprie monete. Comunque, almeno per la prima metà del 2025 la tendenza dei listini resterà sostenuta dalle prospettive di crescita degli USA e dall’attuale politica monetaria generalmente accomodante. L’unica reale incognita sul tappeto è costituita dalla dinamica di breve termine dell’inflazione negli Stati Uniti, fermo restando che quella tendenziale a lungo termine risulta in graduale e costante discesa,  nel senso che una sua recrudescenza indotta da fattori contingenti quali una forte impennata dei consumi interni,oppure dei costi energetici in relazione alle situazioni geoponiche, potrebbe preoccupare la nuova amministrazione che non esiterebbe a fare pressioni sulla FED in senso più restrittivo mettendo in forse lo stesso futuro del Governatore. Per quantificare, si potrebbe ipotizzare un massimo annuale, oltreché storico, dell’indice S&P 500 a ridosso di quota 6200 punti, ormai alle porte, seguita nella seconda metà di gennaio da una correzione tecnica che terrebbe conto di diversi fattori, quali l’insediamento ormai scontato dall’indice del nuovo Presidente, la probabile recrudescenza inflativa e non ultimo  la definizione in corso dei nuovi assetti strategici in Medio Oriente che dovrebbe comportare anche delle tregue risolutive, se non la fine dei conflitti in essere.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”