A pochi giorni dall’insediamento ufficiale del nuovo Presidente USA diversi fattori economici e geopolitici hanno già iniziato a scontare le prevedibili modifiche strategiche del nuovo esecutivo. La borsa nell’accezione dell’indice S&P 500, nel secondo semestre del 2024 ha registrato un modesto progresso del 5%, dopo l’incremento del 22% nel primo semestre, che ha comunque permesso di stabilire un nuovo massimo storico a quota 6099 punti ad inizio dicembre. Con l’avvio del nuovo anno borsistico questo lento progresso ha lasciato il posto ad alcune sedute di appesantimento che potrebbero confermare la tesi che ci si trovi in una fase tecnica di distribuzione che preluda ad una correzione più significativa.
Anche l’indice EuroStoxx 50 ha registrato il proprio massimo annuale nell’aprile 2024 a quota 5121 punti e da allora presenta una dinamica laterale leggermente più debole ma simile a quella dell’indice USA. Infatti, i listini europei hanno reagito negativamente alla notizia della vittoria elettorale di mr. Trump, che nel proprio programma di governo ha messo un accento importante sulla questione dei dazi da applicare alle importazioni europee, anche se ad oggi gli inasprimenti tariffari sembrano riguardare solo Canada, Messico e Danimarca. Probabilmente si tratta di un ripensamento dovuto al fatto che l’introduzione dei dazi aumenta l’inflazione ed il Presidente é molto sensibile riguardo a questo aspetto che in parte ha penalizzato i democratici nella campagna elettorale. Il settore obbligazionario ha chiuso l’anno all’insegna di una fase ribassista indotta dal rialzo dei rendimenti decennali del debito pubblico, saliti quasi al 4.80 % , circa 120 punti base al di sopra del minimo annuale.
Quindi il mercato mobiliare statunitense sembra indirizzato a scontare un importante cambiamento nella dinamica di creazione della liquidità sistemica da parte sia del Tesoro sia della FED. Infatti, all’inizio del 2024 la combinazione del controllo della curva dei rendimenti attuata dal Tesoro tramite la preferenza data all’emissione di buoni a breve termine e dell’abbinamento attuato dalla FED tra misure restrittive più che compensate da interventi di stimolo sotto forma di riporti inversi, hanno creato liquidità addizionale nella misura di 6 trilioni di dollari pari al 15% del totale della liquidità USA. Ma per quest’anno si potrà contare solo su circa 2 trilioni di liquidità addizionale, perché la FED ha quasi esaurito il proprio potenziale tecnico ed il nuovo Segretario del Tesoro nominato da Trump, Scott Bessent, ha già dichiarato che tornerà a favorire l’emissione di titoli di stato a medio/lungo termine rispetto ai buoni, causando un rialzo dei tassi di rendimento consolidati. Rimanendo nell’ambito del reddito fisso questo significa un ulteriore importante aumento della componente premio di durata del rendimento offerto dal debito pubblico. Ad oggi l’80% del recente rialzo del tasso decennale deriva dall’aumento di questo premio dal precedente minimo di 3,61%, quando lo stesso era negativo per 150 punti base, mentre adesso è probabile che lo stesso si neutralizzi totalmente, aggiungendo altri 70 punti base al rendimento del decennale che salirebbe al 5.5%. Il premio sta salendo in modo importante perché il mercato sconta tassi più alti dovuti alla prevista politica fiscale accomodante della nuova Amministrazione che implica maggiori emissioni di debito ed alla scadenza nel 2025 di un cospicuo montante di buoni del tesoro che verranno sostituiti da obbligazioni.
Questa prevista dinamica dei tassi favorisce il dollaro che si è già apprezzato dopo il risultato elettorale, ma un dollaro in ascesa tende a ridurre la liquidità sistemica globale, in quanto le autorità monetarie degli altri paesi devono limitare lo stimolo creditizio per difendere la parità delle proprie monete rispetto al biglietto verde. L’esempio più emblematico di questa situazione è costituito dalla Cina, che avrebbe bisogno di stimolare la propria economia alle prese con sovracapacità produttiva ed un eccessivo indebitamento, invece durante l’ultimo mese la PBOC, la banca centrale, è stata costretta a drenare 1,9 trilioni di RMB (250 miliardi di dollari) dal proprio mercato monetario, per difendere il cambio con il dollaro. Per ovviare a questa situazione contingente il governo ha annunciato un programma di stimoli fiscali ma intanto il ristagno della seconda maggiore economia mondiale rischia di penalizzare la crescita globale nel 2025 e quindi i prezzi delle materie prime, in attesa dell’unico intervento veramente risolutore del problema, la svalutazione dello Yuan. Quindi l’anno borsistico appena avviatosi richiederà una tattica d’investimento più opportunistica e di breve respiro, perché la fase rialzista dell’ultimo biennio è stata quasi totalmente sostenuta dalla creazione di liquidità surrettizia, che ora sta venendo meno. La fase laterale che caratterizza la dinamica degli indici suggerisce una particolare attenzione alla rotazione settoriale delle preferenze della domanda, che potrebbe iniziare a trascurare i ciclici, gli energetici, con l’eccezione del nucleare, il lusso ed i finanziari in Europa dove il costo del denaro appare orientato a scendere più che negli USA, riducendo la forbice dei tassi a favore degli intermediari finanziari. Risulterebbero invece favoriti i difensivi, anche i farmaceutici reduci da forti ribassi, i vari settori del consumo nel senso più ampio del termine, in particolare sui listini americani, visto che la congiuntura non dà segni di raffreddamento, ed in generale persiste la tendenza di fondo favorevole ai vari ambiti tecnologici, in particolare l’Intelligenza Artificiale e la sicurezza informatica. Un settore che merita un approfondimento che consenta anche di portare il discorso agli ambiti geopolitici è quella della produzione automobilistica europea, reduce da un 2024 a dir poco disastroso in termini borsistici.
Infatti, le aspettative di una modifica di tipo pragmatico in tema di contenimento delle emissioni dopo i risultati delle elezioni europee di giugno, sono andate totalmente deluse, grazie a degli accordi politici che hanno sconfessato il risultato delle urne. Il miope e dogmatico approccio normativo dell’esecutivo di Bruxelles, totalmente avulso dal contesto economico di riferimento, ha avuto la grave conseguenza di spingere l’economia tedesca in una prolungata fase di recessione tecnica che ha portato anche alla caduta del governo e ad indire le elezioni politiche a febbraio. Sembra logico che con un nuovo Presidente USA sostanzialmente contrario alle misure di decarbonizzazione del sistema produttivo, il rinnovato esecutivo che uscirà dalle urne europee, dovrà forzatamente confrontarsi con la realtà e venire a patti con l’economia di mercato. Che il maggiore produttore di auto mondiale, la tedesca Volkswagen, quoti in borsa poco più della liquidità della propria tesoreria, sembrerebbe un assurdo, ma nonostante l’apparente convenienza, bisogna comunque investire con molta prudenza in tutto il settore, perché non si può escludere una negativa pervicacia politica con finalità demagogiche che porterebbe tutto il settore al collasso entro un biennio. L’altro ambito strategico che riguarda l’industria dell’auto del Vecchio Continente, è rappresentato dalla congiuntura cinese, in quanto tutti i maggiori produttori europei, hanno impianti nel gigante asiatico, quindi se si arrivasse ad una decisone estrema, come la svalutazione dello yuan, la conseguente ripresa della domanda interna favorirebbe anche i marchi esteri presenti. Che il cambio di inquilino alla Casa Bianca, abbia una fondamentale valenza geopolitica, lo si può desumere agevolmente dai recenti sviluppi riguardanti i conflitti in corso in Ucraina e Palestina, dove sembrano imminenti accordi di tregua che possano successivamente portare al termine degli stessi. Purtroppo, non deve sorprender il fatto che tali accordi slittino giorno dopo giorno, con drammatiche conseguenze, solo perché dopo il 20 gennaio il merito spetterebbe alla nuova Amministrazione Repubblicana, mentre entro tale termine il successo andrebbe inputato all’Amministrazione in carica. La, anche temporanea , fine di tali conflitti, potrebbe anch’essa avere delle conseguenze borsistiche di breve termine, nel senso che le componenti di economia di guerra che hanno sostenuto le congiunture occidentali dal febbraio 2022, verrebbero meno richiedendo un ridimensionamento delle stime di utili dei settori che ne hanno beneficiato maggiormente, mentre si tratterà di identificare i comparti che invece saranno favoriti dall’enorme stanziamento previsto per le ricostruzioni dei due teatri di guerra, che potrebbe eccedere i mille miliardi di dollari.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
