L’ipotesi di lavoro che il nuovo anno borsistico si sarebbe aperto all’insegna di un movimento laterale degli indici risulta confermata per quanto attiene alla borsa statunitense mentre i listini europei hanno finora registrato un andamento decisamente positivo.
Il recupero delle quotazioni del Vecchio Continente trova la sua principale spiegazione nel marcato appesantimento fatto registrare durante l’ultimo scorcio d’anno in seguito alla vittoria elettorale nelle presidenziali USA del candidato repubblicano. L’interesse della domanda borsistica a correggere lo squilibrio delle valutazioni sulle opposte sponde dell’Atlantico, deriva da un problema contingente non più procrastinabile da parte delle autorità europee, costituito dal terzo trimestre consecutivo di recessione tecnica registrato dalla Germania, un tempo la locomotiva d’Europa. Paradossalmente, la vera spinta ad agire Bruxelles e Berlino l’hanno ricevuta dal sorprendente attivismo del Presidente Trump, che in pochi giorni dal proprio insediamento ha iniziato ad attuare il proprio programma elettorale, a cominciare dall’implementazione dei dazi commerciali tanto temuti dall’Europa e non solo.
A questo punto la BCE ha dovuto dichiarare che avrebbe ulteriormente ridotto il costo del denaro per sostenere la congiuntura, a fine gennaio è stata convocata d’urgenza una conferenza per attuare misure concrete a sostegno del settore automobilistico, principale causa della recessione e la campagna elettorale per la formazione del nuovo governo tedesco ha visto mettere in secondo piano i temi della sostenibilità ecologica a favore di un maggiore pragmatismo in materia di concretezza economica. Il risultato delle urne non lascia adito a dubbi, l’utopia verde al momento passa in secondo piano e la priorità diventa il recupero di una soddisfacente crescita congiunturale. Quindi non sorprende il fatto che i settori messisi maggiormente in luce durante le ottave borsistiche di inizio anno, siano quelli dei beni durevoli, quali l’automobilistico, i ciclici industriali, la chimica di base, comparti questi ultimi su cui incide favorevolmente anche un recentissimo sviluppo geopolitico, sempre legato all’attivismo del Presidente USA. Infatti, uno dei suoi cavalli di battaglia elettorale è sempre stata l’affermazione che, se fosse stato al potere, la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata e che, se eletto, l’avrebbe fatta concludere in poche settimane. Il recente stallo tra i due presidenti dovuto alle divergenze sui tempi ed i modi per raggiungere l’obiettivo della fine del conflitto, apre delle insperate possibilità alla diplomazia europea di rientrare in gioco dopo aver perso questa opportunità a causa del proprio prolungato immobilismo. Le reazioni delle borse nel breve termine potrebbero tradursi in una maggiore volatilità, ma la convinzione che si sia vicini ad una soluzione per questa tragedia bellica, non dovrebbe venire meno, offrendo del potenziale di crescita per tutti quei settori che nel medio periodo verranno coinvolti nel massiccio programma di ricostruzione del paese.
Tornando al tema di apertura, l’attuale movimento laterale degli indici appare sempre più una fase di accumulazione piuttosto che di distribuzione, vista l’esiguità delle correzioni tecniche intervenute da inizio anno. Anche sul fronte del reddito fisso statunitense si profila un’eventualità totalmente inattesa legata alla dichiarazione del nuovo segretario del tesoro, Scott Bessent, di avere intenzione di monetizzare, nei prossimi 12 mesi, parte degli attivi federali a favore del popolo americano. Si tratterebbe della rivalutazione delle riserve auree, portando il prezzo dell’oncia dai 42 dollari dell’ottobre 1971, agli attuali 2860. Il beneficio prospettico di tale misura sul bilancio, quantificabile in circa 700 miliardi di dollari, spiega la discesa dei rendimenti decennali dal 4,65 % all’attuale 4,25 %.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
