OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 189

Le prime sedute borsistiche di novembre hanno coinciso con una modesta fase di appesantimento degli indici azionari mondiali, che non deve sorprendere visto che nel mese precedente, diversi mercati hanno visto le proprie quote registrare nuovi massimi storici. La battuta d’arresto per ora risulta alquanto limitata, meno del 3 % in termini di indice S&P 500, alla chiusura della scorsa ottava a quota 6728 punti. Il livello tecnico di supporto più rilevante si colloca al di sopra dei 6500 punti, obiettivo che manterrebbe la correzione entro un comprensibile 5% rispetto al massimo di ottobre.

Nel breve termine, la prossima soluzione del blocco del bilancio statale USA, rende improbabile un prosieguo della momentanea correzione. La sostanzialmente positiva dinamica dei listini internazionali per l’anno in corso, a dispetto delle persistenti incognite geopolitiche e dell’onda lunga della crisi dei dazi tariffari, si riconduce principalmente alla previsione di un contesto economico caratterizzato da moderazione in tutti gli ambiti rilevanti, quindi crescita congiunturale, tendenza inflativa e politica monetaria. L’osservazione risulta particolarmente pertinente per le borse occidentali, mentre le prospettive per l’importante mercato cinese, i cui indici capeggiano le classifiche annuali, appaiono ora meno incoraggianti in quanto per l’ennesima volta i segnali provenienti dall’economia appaiono contrastati. Infatti, nonostante l’impegno del governo a sostenere la domanda interna, l’indice manifatturiero registra dei cali a livello mensile, le esportazioni languono a causa della problematica dei dazi e la deflazione da debito causata dalla crisi immobiliare richiede tempi lunghi per venire gradualmente assorbita, consigliando di realizzare parte degli utili borsistici finora conseguiti.

Quindi in generale la positiva tendenza di fondo dei listini trova ragione nel soddisfacente quadro macroeconomico, sul quale però si vanno addensando delle nubi prospettiche, a partire dagli USA, dove la FED potrebbe aver sottovalutato le reali necessità del proprio sistema creditizio. Infatti, nella propria relazione del 14 ottobre scorso il Governatore della FED, mr. Powell, ha annunciato la fine della fase di politica monetaria restrittiva, QT; avviata nel 2023, che, nella pratica, è stata alquanto blanda in quanto la riduzione del bilancio della Banca Centrale è stato accompagnato dalla monetizzazione del debito pubblico tramite la sottoscrizione sistemica di buoni del tesoro USA. Questa decisione potrebbe rivelarsi lacunosa, nel senso che le evidenti tensioni che si stanno creando nel sistema creditizio testimoniate dal rialzo dei tassi sui riporti, mal si conciliano con la previsione che nei prossimi 9 mesi la liquidità fornita dalla FED al sistema diminuirà di almeno 300 miliardi nonostante il cambio di politica appena annunciato. Quindi manca un tassello importante, la prospettiva di avviare un’ennesima fase di stimolo monetario, QE, senza la quale il sistema bancario potrebbe trovarsi presto in una situazione simile a quella della primavera 2023, quando si rese necessario  il salvataggio di diverse banche regionali. 

Di conseguenza, sotto il profilo tattico, appare giustificata una parziale riduzione dell’esposizione azionaria in un’ottica di medio periodo, utilizzando il probabile rimbalzo di breve delle quotazioni, dopo il consolidamento della scorsa ottava.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”