Osservatorio Mobiliare – N° 113

L’estate borsistica che volge al termine, ha confermato solo in minima parte l’ipotesi tecnica che dopo le correzioni del primo semestre, ci si trovasse in una fase di accumulazione sulle principali borse internazionali, in quanto solo gli indici statunitensi sono stati in grado di ritoccare i propri massimi storici, mentre in tutti gli altri casi si è assistito ad appesantimenti anche significativi. Nel recente passato raramente si è registrata una dicotomia di tendenza di tale entità, che vede solo la piazza USA in territorio positivo per l’anno, mentre quasi tutte le altre registrano perdite tra il 5% ed il 20%. Wall Street non ha quindi agito da locomotiva per gli altri listini come ci si poteva attendere, sollevando l’interrogativo dei motivi alla radice di questa situazione. La dinamica dei listini ha iniziato a divergere a febbraio, all’indomani della fiammata che ha caratterizzato l’avvio annuale delle contrattazioni. Si possono identificare tre ordini di problemi, in parte correlati: il fatto che quasi tutte le principali banche centrali mondiali attuino una politica monetaria restrittiva, che l’amministrazione Trump oltre ad aver attuato la riforma fiscale, stia deliberatamente perseguendo una strategia di de-globalizzazione e che la crescita congiunturale in diverse aree economiche risulti al di sotto delle previsioni. Nel primo caso, la Fed risulta avvantaggiata essendosi messa già alle spalle buona parte dell’irrigidimento creditizio atteso dai mercati in presenza di una congiuntura in buona salute che attrae investimenti esteri. Diversa la situazione in Europa dove la BCE ha ufficializzato un piano di azione fino al 2020, senza però poter modificare in maniera rilevante la politica in corso, viste le incognite congiunturali e la debolezza del sistema bancario, per non parlare della Cina alle prese con importanti problemi endogeni quali la parità valutaria e le banche ombra, ed i mercati emergenti in genere, sotto pressione a causa del rafforzamento del dollaro che costringe ad alzare i tassi e penalizzare l’economia.

Nel secondo ambito, la questione delle tariffe commerciali sollevata dal Presidente Trump, oltre a generare una forte incertezza congiunturale sui paesi terzi, provoca il volontario isolamento degli USA che si contrappone al processo di globalizzazione in essere dagli anni ’90. Il terzo fattore è strettamente collegato ai primi due, nel senso che il dollaro forte e la de-globalizzazione, penalizzano la crescita economica delle varie aree comportando la correzione al ribasso delle quotazioni borsistiche. Nessuno di questi elementi appare destinato a modificarsi nel breve termine, quindi risulta difficile ipotizzare un cambiamento dell’attuale tendenza di fondo dei listini. Quindi l’indice S&P 500 USA non dovrebbe incontrare soverchie difficoltà per tentare di raggiungere quota 3000 punti, con l’unico ostacolo costituito dalla forte dipendenza dall’andamento dei 5 titoli della tecnologia, FAANG, che ne hanno tirato la volata fino ad oggi. L’Eurostoxx 50, da giorni risulta ridossato su quota 3300 punti che già a marzo/aprile ha funto da supporto, quindi potrebbe tentare un timido rimbalzo giustificato dal forte ipervenduto venutosi a creare dopo metà agosto. Certo il clima politico europeo e le revisioni al ribasso dei PIL, non permettono di farsi troppe illusioni sul potenziale a breve termine dell’indice, consigliando l’alleggerimento delle posizioni se dovesse cedere quota 3280 punti. Ma la partita più importante si gioca in campo valutario, dove il dollaro per tutta l’estate ha oscillato nell’indotto della quota tecnica di 1,1690 verso l’Euro, senza aver ancora preso una direzione precisa. All’inizio dell’anno valeva circa 1,20, salvo indebolirsi rapidamente a gennaio fino a quota 1,25, con la conseguente creazioni di importanti posizioni ribassiste da parte degli operatori. Da allora il biglietto verde sta’ gradualmente guadagnando consensi beneficiando della ricopertura dello scoperto. Ma il tema principale che depone a favore di un suo ulteriore rafforzamento nel medio termine, quantificabile tra il 5% ed il 10% verso l’Euro, si concretizza nei flussi valutari internazionali che quest’anno si sono invertiti. Infatti si registra un rinnovato interesse degli investitori europei ed asiatici per il biglietto verde, favorito sia dagli appetibili rendimenti offerti grazie al rialzo del tasso guida, sia dalle possibilità d’investimento legate alla positiva congiuntura. Le preoccupazioni in ordine al bilancio statale, che in relazione agli sgravi fiscali voluti dall’Amministrazione Trump, vedono il disavanzo passare dall’attuale 3,5 % del PIl al 6 % all’inizio della prossima decade, non rappresentano un problema, se si ricorda che sotto la presidenza di Reagan, anch’essa caratterizzata da una FED restrittiva e da un disavanzo vicino al 6% del PIL, il valore del dollaro si apprezzò del 40% verso le monete europee, tra il 1982 ed il 1985.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg