L’approssimarsi del voto presidenziale negli USA e l’espandersi quasi esponenziale dei contagi da Sars-Cov-2 in Europa ed in America, sembrano lasciare indifferenti i principali indici di borsa mondiali che proseguono imperterriti nella fase laterale di accumulazione avviata dopo la breve correzione di settembre.
Infatti se si prende ad esempio l’indice S&P 500 statunitense, lo stesso si trova addirittura nella parte alta della fascia di oscillazione prevista dopo il recente appesantimento, delimitata dalle quote 3588 e 3200 punti. La spiegazione potrebbe essere più semplice di quanto si pensi, nel senso che la borsa è un efficiente meccanismo di sconto della dinamica congiunturale prospettica, quindi considera superficialmente gli accadimenti attuali, mentre valuta puntualmente quelli che possano essere gli scenari economici a 12/18 mesi. Quindi il risultato elettorale del 3 novembre, che tra l’altro rischia di essere confermato solo il prossimo gennaio, quando per legge si insedierà il nuovo Presidente USA, potrebbe causare solo una certa volatilità di breve termine, in quanto a dispetto dei programmi elettorali, il nuovo esecutivo non avrà spazi di manovra visto che fronteggiare la crisi economica causata dalla pandemia comporta una strada obbligata.
Al momento i sondaggi continuano ad indicare un vantaggio di alcuni punti percentuali per il candidato democratico ma sembra poco considerato un elemento psicologico riguardante gli elettori statunitensi, costituito dal fatto che in un periodo di grave crisi economico/sanitaria, potrebbe prevalere la propensione a mantenere l’attuale esecutivo, anche se non particolarmente gradito, piuttosto che avviare un nuovo corso denso di incognite. La, per ora, mancata reazione negativa all’evolversi della crisi pandemica, si può provare a spiegare considerando che la stessa è un classico “Black swan “, vale a dire un evento assolutamente imprevedibile destinato comunque ad esaurirsi nel tempo. Quindi i mercati azionari hanno già scontato col forte ribasso primaverile le negative conseguenze sul PIL 2020, ma ora guardano oltre, ipotizzando che a partire dal secondo trimestre del 2021 il ciclo economico internazionale si normalizzerà tornando alla dinamica prevista ad inizio anno, quando la pandemia non era ancora conclamata. Sviluppando questo ragionamento, si osserva che il problema non è se il virus verrà debellato con un vaccino oppure se, come in passati casi analoghi, lo stesso scomparirà naturalmente, ma quanto tempo dovrà trascorrere perché ciò avvenga. Infatti l’ipotesi di lavoro che il PIL dei maggiori paesi industrializzati possa registrare a tempo debito, un recupero a forma di V come quello fatto registrare dagli indici azionari, in particolare negli USA ed in Cina, dipende ora da quanto dureranno i blocchi selettivi delle diverse attività economiche volti a contenere i contagi nella seconda fase. Quindi appare chiaro che i listini non scontano in alcun modo una chiusura generalizzata delle attività non essenziali, ritenuta insostenibile, nel qual caso lo scenario borsistico prevedibile ricalcherebbe quello registrato nella crisi 2008/2009, con un secondo ribasso a circa sei mesi di distanza dal primo.
Fortunatamente a differenza di quanto accaduto nel marzo 2009, quando il secondo minimo è risultato inferiore a quello dell’ottobre 2008, ora l’enorme creazione di liquidità attuata sia tramite le politiche monetarie sia tramite quelle fiscali, quantificabile a regime, primavera 2021, in circa 30 mila miliardi di dollari, pari al 30% circa del PIL mondiale, limitano il potenziale al ribasso dell’indice S&P 500 al 10/12 % rispetto alla recente chiusura e lo stesso vale in generale per gli altri indici internazionali. In effetti le borse dell’area asiatica estremo orientale, comprendendo non solo la Cina ma anche il Giappone, potrebbero reggere meglio delle piazze occidentali, sia perché la seconda fase della pandemia risulta parzialmente assente, sia perché gli spazzi di manovra in termini di politica monetaria appaiono più ampi, in quanto finora condizionati dalla necessità di mantenere stabile la parità delle proprie valute rispetto al dollaro. A questo proposito il biglietto verde potrebbe aver rallentato la progressione della fase ribassista di lungo periodo avviata a metà anno, rimanendo confinato nella fascia di oscillazione delimitata dalle parità di 1.15 ed 1.20 rispetto all’Euro. Gli eventi attesi a breve termine, quali le elezioni USA ed un probabile peggioramento del quadro pandemico, sono compatibili con un aumento della volatilità anche nel settore dei cambi, che rimarrà comunque all’interno delle recenti fasce di oscillazione.
Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg
“Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”
