OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 185

Trascorse 6 ottave dall’annuncio da parte del Presidente USA Trump, durante il Liberation Day del 1° aprile, di un piano tariffario a due cifre, che al suo apice ha causato una contrazione del 18 % della quota dello S&P 500 da inizio anno, ora si registra un progresso di circa 100 punti.

La valutazione che si può trarre da tale dinamica indicherebbe la stessa come una rapida e marcata correzione dell’ipercomprato venutosi a creare dopo l’elezione del nuovo Presidente. In pratica la questione delle tariffe presentata a più riprese durante la campagna elettorale e non più procrastinabile da parte statunitense visto che nel 2024 il disavanzo commerciale al netto dei servizi aveva sfiorato i mille miliardi, ha rappresentato per gli investitori una valida scusa per realizzare gli ingenti profitti maturati sulla carta. Infatti, in un mondo globalizzato ed interconnesso una politica autartica non risulta attuabile, soprattutto da parte della principale economia mondiale; quindi, la fuga in avanti degli annunci del primo di aprile serviva solo a sensibilizzare le controparti internazionali sulla necessità di correggere l’entità dello squilibrio venutosi a creare nel tempo, tramite un incremento tariffario che, alla fine, si attesterà sul 10 %. Chiaramente la semplice lettura degli indici risulta riduttiva, nel senso che se gli stessi hanno praticamente recuperato la recente perdita, a livello di settori e di singoli titoli la situazione risulta differente. I comparti più strettamente legati al commercio internazionale, nelle varie accezioni, i settori ciclici comprendendo anche la vasta componente tecnologica ed i finanziari, presentano ancora delle valutazioni depresse rispetto all’inizio dell’anno, offrendo selettivamente delle valide opportunità di accumulo. L’interpretazione espressa per spiegare la dinamica borsistica post-tariffaria, si dimorerebbe valida anche per ipotizzare quanto potrebbe verificarsi durante le prossime sedute borsistiche all’indomani dell’annuncio della società di rating Moody’s che ha rivisto al ribasso la qualità finanziaria del debito pubblico USA, portandola dal massimo di AAA al successivo grado AA1.

A tale proposito risulta utile rilevare che già nel lontano 2011 l’agenzia S&P aveva tolto la tripla A al debito statunitense seguita poi nel 2023 dalla società di rating Fitch, mentre la stessa Moody’s aveva già annunciato lo scorso autunno la probabilità del declassamento annunciato venerdì. Il problema evidenziato dal giudizio delle agenzie, riguarda sia il costante aumento del debito federale nel suo complesso, si pensi che gli USA non vantano un avanzo primario da ben 20 anni, ma anche l’entità del servizio dello stesso, con 882 miliardi di dollari di interessi pagati nel 2024 a fronte dei 435 pagati 4 anni prima, elemento che ha permesso al Presidente Trump di addossare alla precedente amministrazione la responsabilità di questo deterioramento. Resta il fatto che il rapporto debito/PIL che si situa sul 98 %, ai ritmi attuali è previsto collocarsi sul 134% fra 10 anni portando la percentuale degli interessi pagati rispetto al PIL, dall’2,1% al 4,1% nei prossimi due lustri.

Quindi diventa prioritario il controllo del rendimento offerto dal debito pubblico, che strategicamente l’Amministrazione vorrebbe contenere entro il 4,5%, obiettivo però difficilmente raggiungibile, non solo per la questione della valutazione delle agenzie, ma perché il premio di durata delle emissioni consolidate è sottovalutato di circa 100 punti base grazie alle massicce emissioni di buoni a corto termine effettuate dal precedente Segretario del Tesoro, mrs. Yellen. Quindi la decisone di Moody’s non potrà che complicare la risoluzione dei vari problemi, peraltro collegati, che l’Amministrazione si trova ad affrontare, che spaziano dalla debolezza del dollaro, al collocamento del debito, al suo costo in termini di interessi, al tetto della scadenza del debito di agosto, alla ritrosia della Fed ad abbassare il costo del denaro a causa del persistere dell’inflazione ed al basso livello delle riserve bancarie, tutti elementi che concorrono a ritenere che gli investitori abbiano una valida scusa per realizzare i risultati del recente, inatteso, recupero dei corsi borsistici.

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”