OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 191

Il nuovo anno borsistico si è aperto all’insegna di un credibile cambio di passo prospettico dell’economia mondiale, che comunque già per un triennio ha sconfessato le previsioni della maggioranza degli economisti, pervicacemente orientati verso un raffreddamento congiunturale mai verificatosi. 

Anche l’ultimo allarme recessivo risuonato lo scorso aprile in relazione alla provocazione della nuova Amministrazione USA in merito alla politica tariffaria, si è rivelato infondato visto che nei nove mesi successivi l’economia statunitense è cresciuta mediamente del 3,5 % in termini di PIL. Per il quarto trimestre appena conclusosi si stima un progresso del 4,5 % anche grazie ad un ulteriore stanziamento per il bilancio della difesa di 500 miliardi.  Anche i timori inflativi si sono rivelati mal riposti condizionando l’operato della FED che ha ritardato considerevolmente la decisone di ridurre il costo del denaro, creando un importante scostamento temporale rispetto all’analoga decisione presa precedentemente della BCE, che ha permesso ai listini europei di tenere parzialmente il passo di quelli USA lo scorso anno.

Elementi disinflativi quali il calo dei prezzi energetici, quello dei valori immobiliari ma soprattutto il costante aumento della produttività industriale legata alla marcata implementazione dell’intelligenza artificiale, hanno finora consentito di tenere il fenomeno ampiamente sotto controllo. Ma proprio questo scenario positivo relativo non solo all’economia statunitense ma bensì all’economia globale, addensa una nube prospettica sulla prossima dinamica dei mercati mobiliari internazionali. Infatti, la prolungata fase rialzista dei principali listini azionari mondiali degli ultimi tre anni, trova la sua ragione principale nel costante aumento della liquidità presente nei diversi sistemi creditizi in relazione alla politica monetaria decisa di volta in volta, dalle banche centrali.  Volendo quantificare con un unico esempio questa relazione, basti considerare che grazie alla politica accomodante perseguita dalla FED a fasi alterne dall’ aprile del 2009 ad oggi l’indice S&P 500 è passato dal minimo di circa 670 punti, agli attuali quasi 7000. Quindi il rischio che oggi si potrebbe paventare è che la ripresa congiunturale in corso dreni la liquidità eccedente che finora ha alimentato la domanda sui listini azionari, favorendo un importante appesantimento delle quotazioni, presumibilmente nella seconda parte dell’anno. In pratica fintanto che la congiuntura si è mantenuta bassa o stagnante, la liquidità inutilizzata dall’economia reale si è rivolta alla borsa, ma ora la situazione potrebbe mutare. Bisogna poi rilevare che il picco della creazione di liquidità surrettizia si è verosimilmente verificato al termine del secondo trimestre 2025, lasciando il posto ad una lenta ma progressiva riduzione della stessa a livello globale, in relazione alle diverse politiche delle banche centrali. A fine anno la liquidità sistemica globale ammontava a 24, 6 trilioni dollari, con un incremento di 421 miliardi nel periodo. Questo saldo deriva però da un incremento di 1300 miliardi nel primo semestre seguito da una riduzione di 876 miliardi nella seconda parte del 2025. Volendo entrare nei dettagli, durante l’anno appena trascorso, la Banca del Giappone, la FED e la BoE hanno drenato liquidità dai rispettivi sistemi mentre la BCE, la BNS ma soprattutto la PBOC cinese, hanno invece immesso liquidità. La marcata entità dell’allentamento monetario cinese spiega l’ottimo risultato annuale sia dei listini locali sia, più in generale, di quasi tutte le piazze asiatiche. La Banca Centrale cinese non ha alternative, in quanto la fase deflativa in corso da circa due anni richiede una ripresa della domanda interna, ottenibile solo tramite una politica accomodante a scapito della tenuta dalla parità dello Yuan. Un’importante conseguenza di questa decisione è rappresentata dal marcato apprezzamento dell’oro, risultato oggetto di massicci acquisti da parte degli investitori domestici preoccupati dall’eventualità di una svalutazione della moneta.

Chiaramente il rialzo del metallo giallo ha coinciso anche con la fase di picco della liquidità sistemica, sollevando un interrogativo sulla tenuta del suo valore nel momento in cui l’inflazione monetaria dovesse essere percepita in rallentamento. La probabilità che nella seconda parte dell’anno si possa assistere ad una diminuzione della liquidità sistemica troverebbe ulteriore sostegno se si confutasse il pensiero dominante rispetto alle prospettive della parità del dollaro.  Infatti, a partire dall’insediamento del nuovo Presidente USA tra gli investitori internazionali prevale la convinzione che il biglietto verde abbia avviato una fase strutturale di indebolimento, che comporterebbe il suo ridimensionamento quale moneta di conto mondiale e quindi bene rifugio. A parte considerazioni di banale buonsenso, volte a chiedersi chi a livello mondiale possa oggi competere con la potenza economica, politica e militare degli USA, osservando la dinamica annuale del settore obbligazionario statunitense si potrebbe fare un’interessante considerazione. I rendimenti del titolo decennale negli ultimi 12 mesi sono scesi da 4.60% a 4.20% mostrando una soddisfacente domanda degli stessi, che contrasta con la vulgata che il dollaro si debba svalutare e perdere il suo stato di bene rifugio. Se vi fosse sfiducia nel biglietto verde il mercato richiederebbe rendimenti maggiori per investire nei titoli da esso espressi.  La parità esterna del dollaro è molto importante per la valutazione del futuro livello di liquidità sistemica, in quanto sussiste una relazione inversa tra il valore del dollaro e quello della liquidità globale. Infatti, le parità delle altre monete che denominano le liquidità internazionali, aumentano quando il dollaro si indebolisce, incrementandone il controvalore. Quindi la tesi di una riduzione prospettica della stessa troverebbe alimento anche nel possibile apprezzamento del dollaro nella seconda metà dell’anno, favorito anche dalle massicce posizioni allo scoperto che si sono accumulate sul mercato dei cambi negli scorsi mesi che andrebbero chiuse nel caso di un’inversione di tendenza. Sul fronte azionario si rileva una costante propensione al rischio degli investitori, testimoniata dalla più alta esposizione azionaria degli ultimi 21 mesi, capeggiata dal listino cinese seguito da quelli asiatici, mentre sui mercati sviluppati l’interesse si concentra sulle piazze europee e si nota invece una lettura neutrale per quanto concerne la borsa statunitense. In prospettiva ci si può attendere maggiore volatilità, basti vedere la reazione degli indici all’ennesima sceneggiata del Presidente USA durante le scorse sedute, ed un successivo appesantimento che depone a favore di impieghi più legati all’economia reale ed indirizzati ai settori più difensivi dell’economia, piuttosto che a quello energetico, rimasto attardato. I rischi maggiori potrebbero correrli comparti quali il finanziario, la tecnologia in senso lato e quello delle materie prime, reduci da importanti apprezzamenti recenti. 

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”