OSSERVATORIO MOBILIARE – N° 192

Alla scadenza dell’ennesimo ultimatum imposto dal Presidente Trump alla dirigenza iraniana per arrendersi, come era da attendersi visti i numerosi precedenti, si è assistito alla prevedibile volta faccia, sotto forma di un improrogabile annuncio di disimpegno USA dall’attività bellica. Infatti, l’esecutivo USA si trovava in un vicolo cieco dal quale risultava difficile uscire, se non tramite la fine unilaterale delle ostilità, attribuendosi una vittoria millantata ma poco veritiera, oppure avrebbe rischiato di pregiudicare definitivamente le possibilità di mantenere la maggioranza legislativa alle elezioni di medio periodo previste a novembre.

Sul fronte opposto il raffazzonato governo iraniano non ha più nulla da perdere, essendo il paese mezzo distrutto e la precedente dirigenza decapitata, cosa che ha rappresentato un grave errore strategico commesso dalla coalizione israelo-statunitense, che ha equiparato la Persia al Venezuela. Ma come spesso è accaduto durante questa presidenza statunitense, le cose non stanno mai come appaiono, e il decisionismo apparentemente ondivago di Mr. Trump, celerebbe invece una precisa strategia con obiettivi molto diversi da quelli inizialmente conclamati e condivisi dalla maggioranza degli osservatori. Si ricorda che la squadra presidenziale è composta da figure autorevoli e competenti, che hanno la caratteristica di essere prestate alla politica dall’industria e dalla finanza, scelte accuratamente dal Presidente che quindi, in una certa misura, risulta disponibile a seguirne i consigli. Sintetizzando il concetto, risulta forse ragionevole pensare che questa terza guerra del Golfo, come le due che l’hanno preceduta nel 1990 e nel 2003, si possa ricondurre al medesimo comune denominatore, il prezzo del barile di petrolio.

Infatti, si ricorda che il 2025 è stato un anno borsisticamente deludente per il settore energetico, con il barile che consolidava intorno ai 60 dollari di prezzo per il WTI e che all’inizio dell’anno è caduto il governo venezuelano, di fatto commissariato dagli USA. Quindi avendo a disposizione non solo le risorse petrolifere domestiche ma anche i più importanti giacimenti mondiali, quelli venezuelani, si comprende come un rialzo del 50% nel prezzo del barile comporti un imponente profitto a beneficio del bilancio statale USA.  Ad ulteriore sostegno di questa tesi, si pensi alla questione del blocco dello stretto di Hormuz, che chiunque avrebbe ritenuto la prima reazione iraniana ad un attacco militare. Il fatto che platealmente non è stata presa, e quindi ipotizzata, alcuna contro misura da parte della coalizione, dimostrerebbe che il blocco era tollerato, sia perché contribuiva in modo importante all’impennata del prezzo del barile, sia perché danneggiava la Cina che importa il 90% del greggio iraniano ottenendo un forte sconto rispetto il valore di mercato. Verrebbero quindi meno le narrazioni complottiste quali la copertura di scandali domestici piuttosto che la sudditanza alla bellicosa volontà israeliana. Le ostilità sono terminate quando il Presidente Trump ha ritenuto non fosse più possibile tirare ulteriormente la corda, pena un irrimediabile perdita di consensi elettorali, avendo comunque ottenuto buona parte di quello che si era in realtà prefissato con l’operazione militare nel Golfo.

La recente dinamica dei principali indici di borsasembra sposare perfettamente questa tesi, con gli stessi che si sono riportati in poche sedute sui livelli precedenti al conflitto mediorientale. Gli investitori internazionali non solo ritengono il conflitto risolto, ma ne minimizzano anche le conseguenze macroeconomiche di medio periodo, ritenendo ancora valido lo scenario congiunturale ipotizzato ad inizio anno. Per l’ennesimo anno consecutivo, le autorevoli istituzioni che hanno previsto una sorta di recessione nella seconda parte del 2026, dovranno ricredersi. La congiuntura mondiale appare in grado di riportarsi in linea con una crescita media del 3,5% del PIL, come testimonia il positivo andamento dei settori ciclici e di quello finanziario, affatto preoccupato di un eventuale deterioramento del credito, per non citare il comparto borsistico delle piccole capitalizzazioni che ha sorprendentemente tenuto grazie alla mancanza di reali timori fondamentali.  La dinamica dell’indice S&P 500 durante queste circa 6 settimane di crisi del Golfo, merita un minimo di approfondimento, nel senso che appare sorprendente che il massimo della perdita sia stato contenuto in circa il 7%, con un recupero da manuale a partire dal supporto tecnico dei 6350 punti. Qualche addetto ai lavori più smaliziato, ipotizza che le mani forti del mercato, FED e banche d’investimento, abbiano compresso le quotazioni dei magnifici 7 a gennaio e febbraio, per potere utilizzare questo sparuto numero di titoli, che però ponderano per il 40% nell’indice, tramite acquisti mirati durante la crisi per controllare la discesa del mercato.  A guardare gli utili miliardari registrati dalle banche USA nel primo trimestre, questa ipotesi di lavoro, non appare così pellegrina.

Quindi, lo scopo di questa imponente operazione bellica, sarebbe la stabilizzazione del prezzo del barile nell’indotto degli 85 dollari, valore attuale, con un progresso di circa il 50% rispetto al 2025, il controllo del mercato petrolifero mondiale insieme all’Arabia Saudita, con buona pace dell’OPEC che passa ad un ruolo secondario,  un favore contingente e non di poco conto alla Russia che ha lucrato sul recente rialzo aprendo anche uno spiraglio sull’embargo del suo gas e, non ultimo, un chiaro messaggio alla Cina in previsione del possibile prossimo incontro dei due leader, che potrebbe stabilire nuovi equilibri nelle sfere di influenza mondiali. Tornando alla futura dinamica borsistica, prendendo a prestito la famosa massima del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, “ se si vuole che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, sembra proprio che si possano tenere valide le previsioni fatte a gennaio. PIL mondiale in sostanziale crescita, contrazione della liquidità surrettizia delle banche centrali, curva dei rendimenti inclinata positivamente, anche se la discesa del costo del denaro USA sarà un poco ritardata, parità euro dollaro confinata nell’ampia fascia 1,15/1.20 almeno fino a metà anno, tendenza di fondo degli indici ancora positiva da utilizzare per acquisti su appesantimenti di breve, settori da prediligere i ciclici in senso lato, quindi tecnologia, programmazione IA, infrastrutture anche energetiche, grandi lavori, chimica di base,  materie prime, beni di consumo durevoli ed anche il settore energetico, reduce da un significativo rialzo, ma con ancora notevoli potenzialità inespresse nel petrolifero USA, nel nucleare, nell’energia pulita ed addirittura nel carbonifero.  Geograficamente, come già indicato sempre a gennaio e soprattutto dopo gli appesantimenti di marzo, risultano favorite tutte le piazze asiatiche.  

Nicola Bravetti Fonte dati: Bloomberg

Quanto riportato non può – né potrà – essere considerato una sollecitazione all’investimento in strumenti finanziari”